Varese – Com’è difficile parlare di calcio, oggi, di fronte al nulla che abbiamo davanti. Di fronte alle immagini dei cortei funebri di Bergamo, alla disperata situazione di Brescia e di Cremona prima, ai tanti che non possono nemmeno rendere omaggio ai propri cari che se ne sono andati. Parlare di calcio oggi, nel senso aberrante che stiamo sentendo, cioè di riprendere a giocare, e sottolineiamo questo termine “giocare”, ci sembra un’offesa rispetto a questa Italia che sta combattendo, a questa Lombardia martoriata.
Eppure c’è chi lo fa. Si parla di riprendere gli allenamenti, di riprendere le partite presto, già a maggio, a porte chiuse. Ma i primi a dare il buon esempio dovrebbero essere proprio coloro che avrebbero interesse che il campionato non si fermasse. Un esempio che sarebbe illuminante per gli altri, che sarebbe rispettoso per i tanti morti, per le persone sole chiuse in casa, spesso lontane dagli affetti, in un momento che mai come nella storia ci costringe a fare quello che di solito chiunque vorrebbe evitare, cioè i conti con noi stessi, con la nostra interiorità.
Questa stagione non si è mai svolta, a settembre, a ottobre, o quando sarà possibile bisognerà riavvolgere il nastro al di là degli interessi di parte, bisognerà ricominciare daccapo. L’oggetto della lotta non sono i risultati sportivi od i piccoli interessi di quartiere. L’oggetto della lotta è l’essenza di noi stessi.
Autore: David Mosseri / Twitter: @davidmosseri31
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