Varese – Abbiamo esultato per il Livorno in Coppa Uefa. Ci siamo sorpresi in precedenza per il miracolo sportivo della Sampdoria, dell’Hellas Verona, del Cagliari e via dicendo. E come non gioire per l’impresa del Leicester del 2016? Per non parlare della sontuosa Atalanta di questo periodo.
Con un colpo di spugna, nella nottata passata, il calcio è morto. E’ morto per un progetto chiuso senza meriti, che distrugge la passione, i campanili, le speranze. Un atto di forza che svilisce i campionati nazionali, maggior nutrimento della nostra passione, dei nostri sfottò. Delle chiacchiere tra amici.
Non è un calcio che ci interessa, quello globalizzato e privo di merito e di fascino come quello della Superlega. Perché è il calcio del business e della sicurezza del business da parte di chi ne fa parte. Un calcio senza rischi, dove molto probabilmente non conterà nemmeno chi vince, alla fine; conta solo farne parte, essere nel club.
Certo è più facile elaborare decreti su una tabula rasa, semplificare le realtà con una tratto di penna, realizzando progetti in un ufficio e forzando quindi la loro realizzazione: distruggendo tutto ciò che resiste o semplicemente ciò che emerge. Ma ciò che si distrugge in questo modo è la vitalità di un movimento. Una politica calcistica preoccupata di misurarsi con la realtà, sempre complessa, esige invece infinitamente più cure, maggiore ingegnosità tecnica e una migliore comprensione dei tifosi la cui passione è l’unico vero serbatoio contro l’estinzione. Essa esige molto più autentico senso politico. Questo meccanismo, il meccanismo che ci permette di gioire e rattristarci, ma comunque di sperare sempre per il gioco più bello del mondo, deve salvarsi. A qualunque costo.
Autore: David Mosseri / Twitter: @davidmosseri31
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