Livorno – Tra il 21 e il 29 settembre 1963 Napoli fu per nove giorni al centro dello sport internazionale. La città ospitò la quarta edizione dei Giochi del Mediterraneo. Tredici Paesi, oltre mille atleti, esattamente 1057, diciassette discipline. L’Italia dominò il medagliere con 69 medaglie, di cui 32 d’oro, 21 di argento e 16 di bronzo.

Era l’Italia degli anni Sessanta, ossia l’Italia del boom economico, della televisione, dell’automobile e della crescita industriale. Napoli viveva quella stagione in modo contraddittorio. Da una parte era una grande città mediterranea, con una forte identità culturale, ma dall’altra continuava a fare i conti con profonde difficoltà economiche, urbanistiche ed infrastrutturali.

L’appuntamento del 1963 contribuì ad imprimere un’accelerazione a un processo di cambiamento già avviato. Il principale teatro fu Fuorigrotta, dove si stava consolidando un grande polo urbano fatto di strutture sportive, universitarie e scientifiche. Per i Giochi furono costruiti il palazzetto dello sport intitolato a Mario Argento, la piscina dedicata a Felice Scandone, lo stadio del remo sul lago Patria, mentre altri impianti, tra cui gli stadi San Paolo, Collana ed Albricci, furono ristrutturati. L’investimento complessivo fu di circa 1 miliardo e mezzo di lire.

L’obiettivo non era soltanto arrivare pronti al 21 settembre ma anche dotare la città di strutture in grado di rimanere nei decenni a venire. Il luogo simbolo fu lo stadio San Paolo. Il 21 settembre 1963 vi si svolse la cerimonia inaugurale, alla presenza del presidente della Repubblica, Antonio Segni. Lo stadio ospitò le gare di atletica, il torneo di calcio e anche la cerimonia di chiusura. Era il grande palcoscenico attraverso il quale Napoli si presentava al mondo. Quello stadio, oggi dedicato a Diego Armando Maradona, è entrato nella realtà sociale della città.

La stessa capacità di entrare nella vita ordinaria ha caratterizzato, almeno per molti anni, la piscina Scandone. Costruita per le competizioni acquatiche dei Giochi, è stata uno dei principali punti di riferimento del nuoto e della pallanuoto. Il suo percorso è però anche la dimostrazione che a un impianto sportivo, con il passare del tempo, servono manutenzione, investimenti e adeguamenti alle nuove esigenze.

Ancora più significativa è la storia del Pala Argento. Capace di circa 8 mila spettatori, è stato uno dei luoghi più importanti dello sport indoor napoletano. Nel 1969 ospitò il campionato europeo di pallacanestro e negli anni successivi è stato teatro di importanti manifestazioni di tennis e pugilato. Per decenni ha rappresentato un investimento riuscito. Poi è arrivato il declino. Chiuso nel 1998 per lavori di adeguamento antisismico, non è più riuscito a recuperare la sua funzione. Il progetto di ristrutturazione non è stato completato e nel 2005 la vecchia struttura è stata in parte demolita. Senza una politica di manutenzione e di aggiornamento, anche una struttura moderna e prestigiosa, potenzialmente preziosa, può diventare inutilizzabile.

Nel 1963 la Guerra fredda divideva il mondo, i processi di decolonizzazione stavano ridisegnando gli equilibri e il conflitto arabo-israeliano aveva già prodotto profonde fratture. I Giochi del Mediterraneo ne risentirono. L’assenza di Israele provocò una conseguenza particolare nell’atletica: le gare persero il riconoscimento ufficiale della federazione internazionale e furono considerate formalmente un meeting internazionale. Il paradosso era evidente. I Giochi cercavano di rappresentare il Mediterraneo come luogo d’incontro, ma si svolgevano dentro una realtà politica attraversata da divisioni e conflitti. Napoli, proprio per la sua storia di città portuale e crocevia tra le diverse sponde del mare, fu però un luogo adatto a rappresentare quell’aspirazione.

I Giochi lasciarono una traccia anche attraverso gli atleti che gareggiarono in città. Tra loro c’erano Livio Berruti e Nicola Pietrangeli, già protagonisti dello sport italiano, ma anche un giovanissimo Klaus Dibiasi, che a soli 16 anni vinse la piattaforma dei dieci metri. Sarebbe diventato uno dei più grandi tuffatori italiani, conquistando tre medaglie d’oro olimpiche. Nel torneo di calcio l’Italia conquistò l’oro battendo la Turchia in finale. Nella rappresentativa azzurra figurava anche Dino Zoff, allora giovanissimo portiere.

A distanza di oltre sessant’anni, il bilancio dei Giochi del Mediterraneo non può essere ridotto alle medaglie. La manifestazione lasciò infrastrutture, competenze organizzative, esperienza nella gestione di un grande evento e una maggiore visibilità per Napoli. Ma lasciò soprattutto una domanda che resta attuale: che cosa succede a una città quando si spengono i riflettori?

Il destino degli impianti offre tre risposte differenti. Il San Paolo è rimasto uno dei grandi simboli urbani della città. La Scandone ha continuato a svolgere una funzione sportiva, pur attraversando difficoltà e periodi di riqualificazione. L’Argento ha chiuso la sua parabola ed oggi è non più agibile. Nel complesso, tuttavia, Napoli ebbe dai Giochi l’impulso a rinnovare le proprie strutture sportive e ad ammodernare l’assetto urbanistico e migliorare le condizioni della città. Le competizioni durarono nove giorni. La loro eredità ha invece attraversato più di sessant’anni e ancora produce effetti. Per questo quei Giochi non sono soltanto una pagina della storia sportiva italiana. Sono una pagina della storia di Napoli. Sono stati l’occasione che Napoli ha sfruttato per trasformarsi e migliorarsi. Ed è questa la vera eredità del 1963.

Sezione: Generico / Data: Sab 29 agosto 2026 alle 21:18
Autore: Marco Ceccarini
vedi letture