Livorno – Ci sono partite che appartengono alla storia del calcio ed altre che, con il tempo, finiscono per appartenere alla storia di un Paese. Quella tra Corea del Nord ed Italia del 19 luglio 1966 è una di queste. A Middlesbrough, sul campo di Ayresome Park, una Nazionale considerata largamente favorita venne eliminata da una squadra al suo debutto mondiale. A segnare il gol decisivo fu Pak Doo-ik, mezzala della Corea del Nord. Un nome che da allora è diventato una formula, quasi un sinonimo della disfatta inattesa.
È proprio da quel nome, diventato proverbiale, che Giovanni Tosco, giornalista e caposervizio al quotidiano Tuttosport, parte per costruire un racconto che va molto oltre i novanta minuti di una partita.
Dopo il successo di “Sparwasser, l’eroe che tradì”, dedicato a Jürgen Sparwasser , il calciatore della Germania Est che con il suo gol alla Germania Ovest nel Mondiale del 1974 divenne uno dei simboli della Guerra fredda, Tosco torna in libreria con “Chiedi chi era Pak Doo-ik. Fabbri e la maledetta Corea”, edizioni Minerva (126 pagine, 15 euro).
La scelta dei protagonisti dice già molto del modo di raccontare dello scrittore. Da una parte Pak Doo-ik, l’uomo che per gli italiani diventò il volto stesso dell’umiliazione sportiva. Dall’altra Edmondo Fabbri, il tecnico sul quale venne scaricata la responsabilità di un fallimento che, evidentemente, non poteva appartenere a un solo uomo, anche se su Fabbri aleggiava la contrarietà di molti addetti ai lavori per aver lasciato a casa Armando Picchi e per l’utilizzo col contagocce di Gigi Meroni.
Tosco non si accontenta dunque della leggenda. La interroga, la attraversa e prova a restituire ai suoi protagonisti una dimensione umana. Pak Doo-ik, infatti, non era semplicemente “il dentista coreano” consegnato alla mitologia popolare. Prima di entrare nell’esercito era stato tipografo; dopo quel gol fu promosso sergente e continuò a ricoprire un ruolo importante nel calcio nordcoreano. La sua storia, così come quella della squadra che rappresentava, racconta un’epoca nella quale lo sport era inevitabilmente intrecciato alla politica, alla propaganda e alle contrapposizioni internazionali.
Anche la Corea del Nord del 1966 emerge dalle pagine di Tosco con una luce diversa da quella della memoria italiana. A Middlesbrough la squadra nordcoreana fu accolta con una sorprendente simpatia dagli abitanti della città. Era una formazione sconosciuta, proveniente da un Paese lontano e politicamente ostile all’Occidente, ma capace di conquistare l’interesse e l’affetto della comunità locale. Dall’altra parte c’era l’Italia, convinta di avere davanti un avversario inferiore. Una sicurezza destinata a trasformarsi rapidamente in incredulità. La sconfitta fu talmente inattesa che la stampa dell’epoca la raccontò quasi come un fatto irreale, qualcosa che sembrava sfuggire alle normali regole del calcio.
È in questo passaggio che emerge con particolare forza il lavoro di Tosco. Il calcio diventa per lui una chiave per raccontare la memoria, la società e gli uomini che si trovano dietro i risultati. Il gol di Pak Doo-ik è soltanto l’inizio: ciò che interessa all’autore sono le conseguenze di quella rete, il modo in cui un episodio sportivo può deformare le biografie e trasformare una persona reale in un personaggio della memoria collettiva. Lo stesso accade a Fabbri. Il commissario tecnico della Nazionale del 1966 rimase per sempre associato alla “maledetta Corea”. Il peso di quella partita finì per oscurare persino ciò che venne dopo e le sue successive vittorie. La sconfitta di Middlesbrough diventò una sorta di marchio indelebile, capace di ridurre una carriera intera a una sola pagina.
Tosco prova così a sottrarre Fabbri al ruolo di semplice capro espiatorio. Anche in questo caso, l’autore guarda alla persona dietro l’etichetta, ricostruendo le aspettative, le pressioni e le circostanze che accompagnarono quella spedizione mondiale.
E poi c’è il destino della Corea del Nord. La squadra che aveva eliminato l’Italia non si fermò lì. Nei quarti di finale contro il Portogallo arrivò addirittura a condurre tre a zero, prima di subire la rimonta guidata da Eusébio. Una presenza effimera, durata pochi giorni, ma sufficiente per consegnare quella Nazionale alla storia dei Mondiali.
È questo il fascino della vicenda raccontata da Tosco: una partita durata novanta minuti ha continuato a vivere per sessant’anni. Il nome di Pak Doo-ik è diventato un modo di dire, quello di Fabbri un’ombra sulla memoria della Nazionale. La gara tra Corea del Nord ed Italia si è trasformata in una formula utilizzata ogni volta che si vuole descrivere una sconfitta apparentemente impossibile.
Con “Chiedi chi era Pak Doo-ik”, Tosco torna dunque su uno dei grandi miti del calcio italiano con lo sguardo del narratore, non del semplice cronista. La sua forza sta nel mettere in discussione ciò che sembra già raccontato mille volte, cercando dentro la leggenda le persone, le contraddizioni e le storie rimaste ai margini.
Dopo Sparwasser, un altro uomo diventato simbolo suo malgrado. Un altro calciatore rimasto intrappolato nella memoria per un singolo gesto. E un’altra storia nella quale il calcio, ancora una volta, si rivela molto più grande di una partita. Perché Pak Doo-ik non fu soltanto l’uomo che segnò il gol all’Italia. E Giovanni Tosco, nel ricordarcelo, racconta soprattutto come e perché un uomo possa diventare una leggenda, mentre dietro quella leggenda continua a esistere una storia vera.
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