Livorno – Ci sono città che aspettano le occasioni e città che scelgono di costruirsele. Taranto appartiene alla seconda categoria. Livorno dovrebbe prenderne esempio.
Con poco più di 180 mila abitanti, Taranto ospita in questi giorni la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, la quarta organizzata in Italia dopo Napoli nel 1963, Bari nel 1997 e Pescara nel 2009. Dal 21 agosto al 3 settembre, oltre quattromila atleti di ventisei Paesi si sfidano in trentatré discipline. Ma il vero significato va oltre le competizioni.
L’assegnazione dei Giochi, ottenuta a Patrasso sette anni fa, è stata il risultato di un lavoro strategico iniziato molto prima. Taranto ha costruito una candidatura, raccolto alleanze istituzionali e trasformato un grande appuntamento sportivo in un progetto di sviluppo territoriale.
È questo il punto sul quale Livorno dovrebbe riflettere. Alla città dei Quattro Mori non mancano storia, identità, vocazione sportiva e nemmeno le caratteristiche necessarie per ospitare manifestazioni di livello internazionale. Manca, forse, una strategia capace di mettere a sistema questo patrimonio e trasformarlo in una politica stabile dei grandi eventi sportivi.
Livorno ha espresso campioni olimpici e mondiali, società di grande tradizione e generazioni di atleti capaci di portare il nome della città ai vertici dello sport. È una delle realtà sportive più significative del Paese. Eppure questa eredità non si è tradotta, con la necessaria continuità, in una capacità di attrarre appuntamenti multidisciplinari e/o di rilievo sovranazionale. Questo, purtroppo, nonostante le carte da giocare ci siano: il mare, il porto, la posizione geografica, i collegamenti, l’identità mediterranea e una storia sportiva di assoluto rilievo. Non basta, però, avere buone carte. Bisogna saperle giocare.
Taranto dimostra anche che non è necessario essere una metropoli per puntare in alto. Per i Giochi sono stati previsti investimenti stimati tra 350 e 400 milioni di euro e circa trenta impianti sportivi sono stati riqualificati o realizzati ex novo, coinvolgendo non soltanto la provincia tarantina, ma anche quelle di Lecce, Bari e Brindisi. Agli interventi sugli impianti si sono aggiunte opere di riqualificazione urbana, soluzioni per l’accoglienza, l’incremento della crocieristica, interventi a favore della sostenibilità ambientale.
Ed è proprio qui che si trova la differenza tra una spesa e un investimento. Un grande evento non dovrebbe essere valutato soltanto per quanto costa organizzarlo, ma per ciò che è in grado di generare e soprattutto di lasciare. Impianti moderni, infrastrutture migliori, spazi urbani riqualificati, maggiore visibilità fuori d’Italia, nuovi flussi turistici ed opportunità per alberghi, ristorazione, commercio e servizi possono trasformare l’esborso iniziale in un motore di sviluppo.
Il ritorno economico, naturalmente, non è automatico né può essere dato per scontato. Dovrà essere misurato nel tempo, insieme agli effetti turistici e occupazionali. Ma è proprio questa la prospettiva con cui dovrebbe essere concepita una manifestazione internazionale. Non spendere a vuoto per garantire pochi giorni di gare, ma investire per creare valore. Se il progetto è ben costruito, l’investimento può generare ricavi diretti e indiretti e creare benefici destinati a produrre effetti anche dopo la cerimonia di chiusura.
È questa la lezione che Livorno dovrebbe cogliere. È questa l’opportunità che la Toscana, dove i Giochi del Mediterraneo non si sono mai svolti, dovrebbe saper sfruttare. Questi Giochi potrebbero rappresentare un obiettivo, anche se la sfida è più ampia e concerne il saper individuare grandi manifestazioni compatibili con le caratteristiche della costa livornese e saperle utilizzare come acceleratori di sviluppo. Lo sport può diventare uno strumento per riqualificare impianti e spazi urbani, aumentare la visibilità internazionale, attrarre turisti, sostenere l’occupazione e creare un indotto duraturo per il tessuto economico dell’intera area vasta.
Livorno, con i suoi 160 mila abitanti o poco meno, non può limitarsi a celebrare il proprio passato. La memoria ha senso soltanto se diventa energia per il futuro. Una città che ha dato così tanto allo sport italiano dovrebbe avere l’ambizione di ospitare i grandi eventi, non soltanto applaudirli quando si svolgono altrove.
Per riuscirci, però, servono visione politica, un progetto credibile, tempi lunghi, capacità di fare squadra e soprattutto la volontà di investire con un obiettivo preciso: trasformare le risorse impiegate in nuove opportunità per la città. Taranto ha dimostrato che si può fare. Livorno dovrebbe iniziare a chiedersi, concretamente, quando sarà il suo turno.
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