Un appello per salvare il Livorno

14.07.2021 18:56 di Marco Ceccarini   vedi letture
Un appello per salvare il Livorno
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Livorno – Una cosa è certa. L’ex patron amaranto, Aldo Spinelli, non coprirà il debito che potrebbe impedire al Livorno di continuare ad esistere. Non è obbligato e non lo farà. Questo è un dato di fatto. Da questa consapevolezza, pertanto, si deve partire per proporre idee e progetti che abbiano a cuore il solo ed esclusivo interesse della maglia amaranto. Tanto più all’indomani del comunicato con cui la Spininvest ha chiarito, in via definitiva, che non interverrà ad ulteriore risanamento del passivo che affligge il club di via Indipendenza.

Il disavanzo globale è di circa 3 milioni 300 mila euro. Di questi, 1 milione 900 mila è stato “spalmato” in cinque anni con la conseguenza che nell’immediato, per salvare il Livorno, occorre all’incirca 1 milione 400 mila euro. Poco più di 500 mila euro, però, li ha già messi Spinelli attraverso la rinuncia a un credito. La cifra necessaria per salvare la società, dunque, ammonta a 900 mila euro o poco più, al netto delle spese di gestione della stagione ormai agli albori.

Sul tavolo c’era un’idea, non andata a buon fine, che avrebbe potuto consentire il salvataggio del club, fermo restando che subito dopo si sarebbe dovuto mettere in moto il percorso di cessione delle quote societarie. Dei 900 mila euro che mancano, infatti, circa 250 mila li avrebbero messi il presidente uscente Silvio Aimo attraverso la Tkt ed Angelo Cornaglia tramite la Sicrea, mentre 700 mila sarebbero stati a carico di Spinelli. Ma l’ex patron non ha accolto questa idea. La strada per salvare il Livorno, dunque, deve ora prescindere da un ulteriore impegno economico della Spininvest.

Aimo e Cornaglia, una volta azzerate le perdite, avrebbero finanziato l’aumento di capitale e sarebbero entrati in possesso dell’intera proprietà. A quel punto avrebbero ceduto le quote, non sappiamo se tutte o in parte, a nuovi soci. Non è da escludere che ad entrare nell’assetto societario, nella nuova situazione, sarebbe stato l’imprenditore indiano Yogesh Maurya od altri impresari. Di certo Maurya ci sta provando e secondo quanto diffuso dai suoi emissari sarebbe pronto ad investire 2 milioni nel Livorno.

Mancando i 700 mila euro di Spinelli, tuttavia, il percorso è saltato e di conseguenza occorre adesso individuare una strada alternativa. Obiettivo prioritario è scongiurare che in questa calda estate del 2021 ben 106 anni di storia amaranto, quasi trenta partecipazioni alla massima divisione nazionale compresi i campionati del calcio che fu e due secondi posti assoluti, vadano in fumo come in una storia triste ed intristita. Bisogna dunque far sì che la gloriosa società del Livorno, sorta nel freddo febbraio del 1915 dalla fusione tra Spes e Virtus Juventusque, non concluda la sua esperienza in un giorno qualsiasi di questo torrido mese di luglio.

Alla luce di tutto questo, facciamo il nostro ragionamento e lanciamo la nostra idea, il nostro appello, consapevoli che per garantire alla compagine amaranto la sopravvivenza occorre che le forze vive della città si muovano dando la possibilità a chi può agire di intervenire in modo efficace. Non si tratta di sposare o sostenere una prospettiva a discapito di un’altra, ma di creare le condizioni affinché si possa salvare il Livorno, garantirne l’iscrizione alla Serie D, rimandando a una fase successiva i confronti e le trattative per la definizione di nuovi assetti societari e di nuove proprietà.

In questo momento, più che mai, c’è bisogno che la Livorno che produce ricchezza offra la sua garanzia, il suo intervento, la sua concreta disponibilità. E’ auspicabile che attraverso accordi tra le parti, magari sotto l’egida dell’Amministrazione comunale, alcuni imprenditori livornesi di punta, o che operano in città, garantiscano la cifra che serve. Questo, sia chiaro, per permettere l’ingresso di nuovi soci una volta salvata la società. A giochi fatti, qualora le cose dovessero volgere al meglio, sarebbe il minimo riconoscere a chi ha permesso il salvataggio il rimborso e il plauso per l’opera meritoria svolta. In alternativa, se le cose dovessero avere un esito infelice, la rimessa sarebbe minima perché non si chiede un impegno continuo ma una disponibilità, contenuta per i bilanci di un’azienda e una tantum, per salvare un patrimonio della città: la squadra di calcio simbolo di Livorno.

Al fine di garantire l’anonimato di chi eventualmente volesse intervenire senza che ciò sia reso pubblico, inoltre, potrebbe essere costituito un trust di soggetti, ad esempio imprese, banche, mondo cooperativo, amministrazioni pubbliche, in grado di garantire giuridicamente, pur nella riservatezza, l’impegno profuso nell’interesse della collettività.

Chi vive in città, o chi a Livorno fa affari, ha una responsabilità civile, etica e sportiva che non può tradire né ignorare. Il calcio è sì un’impresa economica, ma anche un patrimonio pubblico, un bene comune, una tradizione. Quello a cui noi ci riferiamo non è una maniera per prestare soldi o favorire il profitto altrui, ma solo ed esclusivamente un modo per permettere il salvataggio della vecchia Unione in un momento drammatico, perché come livornesi non ci possiamo permettere che la squadra che identifica la nostra bella città, che rappresenta il nostro orgoglio sportivo, possa concludere così ingloriosamente la propria storia, nell’indifferenza di chi, con un piccolo sforzo, potrebbe salvarla.

Da queste pagine telematiche, dunque, facciamo appello al mondo imprenditoriale livornese, alle associazioni che raccolgono ed organizzano industriali, commercianti ed impresari cittadini, a sollecitare i propri associati affinché, facendo prevalere il senso di responsabilità, possano intervenire a favore della continuità del club calcistico, garantendo al tempo stesso i dipendenti, una decina, che rischiano il posto di lavoro. Al tempo stesso facciamo appello affinché i molti giocatori od allenatori che operano ad alti e altissimi livelli nel calcio, i quali hanno legato la loro vicenda personale ai colori amaranto, non lascino disperdere la loro stessa storia agonistica. Il peggior dispetto che si può fare a chi vorrebbe vedere ammainato il vessillo amaranto è sospingerlo ancora verso l’alto, metterlo nelle condizioni di poter sventolare ancora, superbo e senza macchia, come dice l’inno del Livorno.

Saremo inguaribili ottimisti, ma crediamo che il nostro appello sia condiviso e sentito da molti, sicuramente da molti sportivi, ma anche da non pochi imprenditori. E’ l’ora di salvaguardare la nostra identità. E’ l’ora di far valere il senso della livornesità.

Una volta salvato il Livorno, poi, si potrà anzi si dovrà voltare pagina. Tra l’altro l’avere permesso il salvataggio della società dovrà condizionare la scelta del soggetto o dei soggetti che dovranno entrare nel rinnovato Livorno. Ma il primo passo è salvare la squadra. Al resto ci penseremo un attimo dopo.