Livorno – Centrocampista di quantità e qualità, Paolo Moschetti è senz’altro uno dei calciatori più apprezzati dalla piazza amaranto. Corridore e motorino instancabile, grazie alla sua grande generosità, è ricordato anche per uno spiccato senso del gol che lo ha portato a vestire i panni del capocannoniere della squadra nella stagione 1992-93 oltre che di indiscusso leader dentro lo spogliatoio.
Allora, Paolo Moschetti, oltre cento presenze in amaranto divise in due periodi. Il primo dal 1988 al 1990 e l’altro nella stagione 1992-93. Che ricordi di quegli anni e delle tue esperienze in quel di Livorno?
“Complessivamente sono stati tre anni. I primi due molti tribolati a causa delle vicissitudini societarie. Ricordo che il secondo anno, addirittura, ci fu un azionariato popolare per dare una mano a noi calciatori. Nella partita con la Rondinella, decisiva per la salvezza, allo stadio c’erano ben 17 mila persone. Uno spettacolo. L’ultimo anno invece, ‘92-93, fu entusiasmante. Segnai 17 reti vestendo i panni del capocannoniere della squadra tra l’altro giocando da mediano. Avevo anche la fortuna di calciare rigori e punizioni che mi portarono a raggiungere quella fantastica cifra in fatto di gol. In più centrammo la promozione, seppur da ripescati. Ricordi indelebili”.
Un aneddoto importante. Nella stagione 1989-90 hai giocato insieme a Max Allegri, diventato poi ottimo calciatore e grande allenatore. Ricordi e differenze tra l’Allegri calciatore e l’Allegri allenatore?
“In campo da calciatore Max viveva tutto con estrema leggerezza. Era un ragazzo puro e di animo buono. È rimasto umile e semplice anche negli anni seguenti quanto è diventato allenatore. Ricordo che a volte, prima dell’ingresso in campo insieme al compianto Alessandro Baldini, facevano il verso del cavallo facendoci morir da ridere. Poi da allenatore si è dimostrato tutto il contrario. Serio, pragmatico, incisivo capace di tener testa ad uno spogliatoio di calcio e di farsi amare dai propri calciatori. Impresa non facile”.
Al termine della stagione ‘92-93 un po’ a sorpresa lasciasti Livorno. L’amarezza iniziale fu mitigata però dal fatto di aver scelto il Pontedera dei miracoli, capace di centrare la promozione e di battere in amichevole l’Italia di Arrigo Sacchi e Roberto Baggio.
“Nell’estate del 1992 fu Claudio Achilli a riportarmi a Livorno da Pavia. Ero un po’ scettico ma alla fine accettai volentieri. Facemmo una scrittura privata dove di fatto sottoscrivemmo un contratto triennale a certe cifre. Ma al termine della stagione Achilli non volle mantenere la parola ed allora decisi di lasciare Livorno. Il dispiacere fu mitigato dal grande gruppo e dal gran campionato di Pontedera. Misi a segno 10 gol e centrammo una promozione storica. In squadra avevamo Claudio Cecchini ed Alfredo Aglietti. In tre mettemmo a segno più di cinquanta reti”.
Quali sono stati gli allenatori più importanti nella tua carriera da calciatore?
“In primis Alberto Lazzerini che ebbi anche per un periodo a Livorno all’inizio del 1992 prima dell’arrivo di Giuliano Zoratti. Lo avevo conosciuto alla Cuiopelli, uomo carismatico e umanamente unico. Un secondo padre per me. L’altro è Francesco D’Arrigo artefice del Pontedera dei miracoli. Un giovane emergente dalle idee innovative ispirandosi a Sacchi. Praticavamo una zona totale che ci portò grandi risultati. Giocavamo col 3-4-1-2 ed io giocavo da trequartista moderno capace di sfruttare al meglio gli inserimenti senza palla.
Senti ancora qualcuno dei compagni del Livorno di allora?
Sento Mirco Fratta, Dario Palagi e il Morino, Stefano Pontis. Quest’ultimo, grande uomo di una bontà infinita che mi sarei portato dietro in ogni squadra. Questi sono gli unici tre che sento”.
Nonostante tu sia tornato da avversario, come successo quando passasti al Pontedera, a Livorno sei però sempre ricordato con affetto e sei uno dei giocatori più amati dalla piazza.
“Questa cosa mi riempie di orgoglio. ‘ davvero un piacere essere ricordato a distanza di anni. Ero un giocatore prettamente da ‘6’ in cui in campo davo tutto e riuscivo a farmi apprezzare per il grande sacrificio. Aver lasciato un ricordo così positivo in una città come Livorno è davvero una grande vittoria”.
Ci vuoi raccontare qualche aneddoto particolare o divertente delle tue esperienza in amaranto...
“Sono due. Il primo nella stagione 1992-93 quando ci allenavamo a Tirrenia ed alcuni tifosi vennero al campo per chiedere chiarimenti su alcuni componenti della squadra che frequentavano a loro dire un po’ troppo i locali della zona. Come capitano della squadra venni, diciamo così, incaricato di far quadrare le cose. Fu un momento tutto sommato divertente. Sempre quell’anno, dopo una sconfitta a Savona nella prima giornata, in un autogrilll dei tifosi montarono sul pullmann prendendosela con alcuni componenti dalla squadra. Anche li, da capitano, riportai la pace e alla fine… sai come andò a finire? Tutti insieme a prendere un caffè. Livorno era questa. Genuina, passionale, a volte incazzosa, ma sempre disposta a perdonare”.
Infine, ti chiedo se segui ancora il Livorno e come ti spieghi questo calo di presenze allo stadio a differenza dei tuoi anni quando, a prescindere dalla categoria, i gradoni dell’Ardenza erano sempre stracolmi?
“Non sono più volontariamente nel calcio. È un mondo che non mi appartiene più. Però seguo il Livorno da tifoso. Non condivido le scelte della presidenza e su tutte la non conferma di Paolo Indiani lo scorso anno. Poi immaginavo un coinvolgimento totale di una figura come Igor Protti, leader indiscusso. I grandi ex giocatori dovrebbero avere un ruolo di maggior rilievo nelle società. Penso a Francesco Totti nella Roma, a Paolo Maldini nel Milan, ad Alex Del Piero nella Juventus. Il calo di spettatori è da spiegarsi secondo me con l’avvento dei social e con gli interessi dei giovani in cui il calcio non è più prioritario come una volta. Mi auguro che presto la società possa essere gestita da un gruppo serio, con progetto a lungo termine e capace di coinvolgere le bandiere passate”.
Autore: Gabriele Favilli / Twitter: @amarantanews
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