Livorno - Non torno, torno, resto ma anche no, anzi punto i piedi e me ne vado. Potremmo riassumerla così l'estate di Andrea Favilli, promettente attaccante del vivaio labronico che dopo il prestito alla Juventus ha deciso (o meglio, ha fatto decidere altri per lui) che, dall'alto di un minuto in Serie A e di una manciata di apparizioni con la nazionale under 19, la maglia amaranto e la Lega Pro sono un'onta inaccettabile. E così niente amichevole con la Pro Livorno e niente presentazione con la squadra. Un atteggiamento irritante che qualifica il giocatore e chi lo assiste. Il primo come un pessimo professionista, il secondo come un manager non proprio corretto per forma, modi e azioni. Per carità, l'analogo caso Maksimovic che sta tenendo banco in questi giorni in casa Toro, dimostra che questa prassi è un malcostume comune nel calciomercato. Ma non per questo va accettata e subìta.
Lasciamo da parte la sacralità della maglia, un concetto antiquato e ingombrante per i professionisti del calcio del nuovo millennio, qui si tratta di rispetto e correttezza tra un dipendente e il suo datore di lavoro. Che colpa ha il Livorno se la Juve non ha voluto versare il prezzo fissato per il riscatto? Se davvero Favilli dall'alto del suo score ha incantato Psg, Chelsea e Real Madrid perché le suddette multinazionali non hanno ricoperto d'oro il Livorno per cotanto fenomeno? Spinelli avrà tanti difetti ma l'orgoglio e il puntiglio è quello dei presidenti vecchia scuola: non saranno certo un ragazzino del '97 e un Di Campli a prenderlo per il naso. L'impressione, confermata dalla durissima e sacrosanta presa di posizione della società, è che questi due abbiano preso di mira il presidente sbagliato. Se piove di quel che tuona per la stagione 2016/17 il buon Favilli più che il Bernabeu calcherà l'erba incolta dei campi di Stagno. E gli farà solo bene.
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