Livorno – Tagliando il traguardo delle 75 primavere proprio nella settimana in cui il Livorno va a far visita all’Avellino, una delle oltre venti squadre che ha allenato in tanti anni di carriera (serie B, stagione 1989/1990), abbiamo contattato telefonicamente Nedo Sonetti per affrontare insieme a lui talune problematiche legate al particolare momento che sta vivendo il Livorno, non senza ripercorrere alcuni dei momenti salienti della storia di allenatore del tecnico piombinese.
Trentasei anni in panchina, dal Viareggio in serie D (stagione 1974/1975) al Vicenza in serie B (stagione 2009/2010): nel mezzo, otto campionati vinti, cinque promozioni dalla serie B alla serie A (Atalanta 1983/1984, Udinese 1988/1989, Ascoli 1990/1991, Lecce 1998/1999 e Brescia 1999/2000), due derby vinti alla guida del Torino contro la prima Juventus tricolore di Marcello Lippi (stagione 1994/1995), una finale di Coppa Italia persa contro il Napoli di Maradona sulla panchina di un’Atalanta che, al termine della stagione, otterrà una seconda storica qualificazione in Coppa delle Coppe e mille altre storie da raccontare: sbaglio se dico che oggi sarebbe molto difficile ripetere una carriera come la sua?
Non so se sia molto difficile: io sono partito dalla serie D e, attraverso tante promozioni, sono arrivato fino alla serie A. Se, nelle categorie inferiori, ci sono ancora dei giovani bravi, può essere che qualcuno di loro riesca ad ottenere questi risultati.
In un suo editoriale su “La Gazzetta dello Sport” del marzo del 2006, quando lei sedeva sulla panchina del Cagliari, Rino Tommasi, nel celebrare il buon andamento della sua squadra, prese la sua carriera ad esempio dell’instabilità della professione di allenatore: si ritrova in questa definizione?
Sì, perché in trentacinque anni di carriera ho cambiato davvero tante panchine; si può dire che ho allenato dalle Alpi alla Sicilia: Torino, Udinese, Atalanta, Bologna e poi Lecce, Palermo, Catania e Cagliari, solo per fare alcuni nomi. Ho girato tutta l’Italia e sono abbastanza contento di quello che è stato il mio viaggio nel calcio.
Quando era un giocatore della Reggina in serie B, ha avuto un allenatore come Tommaso Maestrelli: per un ex giocatore che voglia intraprendere la carriera di allenatore, è più importante aver avuto dei grandi “maestri di calcio” oppure la gavetta nelle categorie inferiori?
Credo che siano importanti entrambe le cose: è evidente che se hai avuto dei punti di riferimento già come calciatore, è più facile riuscire a catturare taluni concetti. Importante è avere la giusta intelligenza e la giusta sensibilità, che ti consentano di fare l’esperienza giusta per il futuro, e non credere mai, soprattutto quando si è alle prime armi, di essere nati imparati.
Nel corso della sua lunga esperienza in panchina, ha avuto alle sue dipendenze di allenatore una lunghissima serie di giocatori, che hanno intrapreso la carriera di allenatore: Donadoni, Prandelli, Zenga, Stellone, Agostinelli, Mutti, Cagni, Foscarini, Gentilini, solo per fare alcuni nomi. Molti di loro le hanno riconosciuto un ruolo importante nella loro maturazione, prima come uomini e poi come calciatori: è consapevole di aver contribuito a “far crescere” alcune generazioni di tecnici italiani?
Sono consapevole e contento di questo perché ho attraversato alcune generazioni di calciatori italiani, alcuni dei quali sono diventati allenatori anche in serie A, e posso dirti che li seguo tutti con grande interesse.
In una sua famosa intervista quando sedeva ancora sulla panchina del Livorno, Donadoni parlò dell’importanza che lei aveva avuto per quanto riguardava la sua crescita sul piano caratteriale: è sorpreso dei risultati che sta ottenendo come allenatore?
No, non sono sorpreso perché anche lui ha fatto il suo apprendistato fino ad arrivare a fare il commissario tecnico della Nazionale. Mi ricordo che quando lui era proprio un ragazzo ed era agli esordi con me all’Atalanta, si vedeva che aveva le stimmate del grandissimo giocatore, ma era un pochino timido al momento di esprimere le sue qualità: ma, quando entrava in sintonia con la partita, diventava devastante, tant’è che, nell’anno in cui andammo in serie A, lui fu uno dei grandi protagonisti con l’Atalanta. Credo, pertanto, di avergli dato qualcosa sotto il profilo caratteriale.
Fatta eccezione per Anconetani e Spinelli, ha avuto presidenti tra i più vulcanici: Cellino, Corioni, Rozzi e Zamparini, solo per fare degli esempi. Nedo Sonetti allenatore accettava i consigli dei suoi presidenti o faceva solo ed esclusivamente di testa sua?
Io ho sempre parlato con tutti quanti i miei presidenti delle questioni inerenti la mia gestione, ma, dopo aver parlato di ogni possibile argomento anche con riferimento ai calciatori, la formazione era fatta da Nedo Sonetti.
Se le dico che la sua impresa più bella è stato salvare il Cagliari in serie A, ultimo in classifica con 5 punti dopo 11 giornate, subentrando a Ballardini come quarto allenatore stagionale, vado molto lontano dalla realtà?
No, lì è stata una grande soddisfazione con il Cagliari perché ci salvammo matematicamente già a tre domeniche dalla fine, battendo il Parma per 3-1, quando il Parma era il Parma dei vecchi tempi. Alcuni anni prima, avevo già salvato il Cagliari dalla retrocessione in serie C, ma è evidente che salvare il Cagliari dalla retrocessione in serie B fu un’impresa che ebbe un altro valore.
Serie B, stagione 2002/2003: a sedici giornate dalla fine del campionato, subentra a Daniele Arrigoni sulla panchina del Palermo e, dopo una prima sconfitta iniziale, i rosanero sono undicesimi a nove punti dalla zona promozione. Sotto la sua guida, il Palermo infila una serie di quattordici risultati utili consecutivi (8 vittorie e 6 pareggi), che lo porta a giocarsi la promozione in serie A contro il Lecce in un vero e proprio scontro diretto: se il Palermo avesse vinto, sarebbe andato in serie A, ma vince il Lecce e in serie A vanno i giallorossi. Le piacerebbe rigiocare quella partita?
Sì, mi piacerebbe rigiocarla anche perché quella partita, per quanto ci riguarda, fu funestata da degli infortuni che preclusero la giusta disputa di quel match che fu appunto una finale: prima di quell’incontro, avevamo fatto un’escalation di risultati, che ci permise di risollevarci da una situazione delicata di classifica. Inoltre, devo dirti che ancora oggi alcuni tifosi rosanero mi chiamano di tanto in tanto per salutarmi e per ricordare insieme la mia esperienza sulla panchina del Palermo. I tifosi, non il Presidente.
Ci sono altre partite che le piacerebbe rigiocare perché le hanno lasciato un po’ di amaro in bocca?
Reputo normale che, avendo alle spalle circa mille partite in panchina, ci siano altre partite che mi piacerebbe rigiocare: stare qui ad elencarle tutte diventerebbe troppo lungo, bisognerebbe scrivere un libro.
Nell’estate del 1999, subentra a Silvio Baldini e porta il Brescia in serie A: al termine di quella stagione, Corioni non la riconfermerà e, al suo posto, prenderà Mazzone e porterà a Brescia Roberto Baggio. Ha qualche rimpianto per quella stagione?
Rimpianto: ma cosa potevo fare di più di vincere il campionato? Ricordo ancora con affetto le parole di Silvio Baldini che, dimessosi in agosto, ebbe l’opportunità di andare a sedersi sulla panchina dell’Empoli e, in occasione del nostro confronto diretto, mi disse: “Sono andato via dal Brescia perché non credevo di riuscire ad arrivare lì dove lo hai portato tu”.
Nei primi mesi della stagione successiva alla sua promozione, ricordo uno striscione esposto dai tifosi del Brescia contro il tecnico romano: “Con tutti i suoi difetti, era meglio Sonetti”. Quali sono stati i difetti di Nedo Sonetti allenatore?
Io non posso dire né quali sono i miei difetti né quali sono i miei pregi: posso solo dire che sono una persona diretta e, nel mondo del calcio, un modo di fare del genere può diventare penalizzante. Tuttavia, non ho mai voluto modificare il mio modo di essere e mai lo farei.
Donadoni, Stromberg, B. Giordano, Suazo, Hubner, Maniero, Pagliuca: si è mai fermato a pensare quale sia stato il più forte giocatore che ha allenato?
... Giannini, Lorieri e tantissimi altri: molti di loro sono stati anche nazionali, come fai a chiedermi di fare una graduatoria? Posso solo dire che li ricordo sempre tutti con grandissimo affetto.
Nella sua seconda stagione cagliaritana, schierando contemporaneamente Langella, Suazo ed Esposito, l’honduregno fece 22 gol e si classificò al terzo posto nella classifica dei marcatori, solo per fare un esempio: eppure lei è sempre passato come un difensivista. Si è mai chiesto perché?
Questo è dovuto al fatto che la gente non capisce molto di calcio: si tratta di bischerate sostenute da persone che non si sono mai preoccupate di andare ad analizzare le situazioni fino in fondo. Come fa a passare per difensivista un allenatore che ha vinto otto campionati nel corso della propria carriera? Ti dirò di più: in quella stagione, Suazo infranse il record di 21 gol, realizzati da Gigi Riva nel Cagliari scudettato della stagione 1969/1970.
Ha spesso sostenuto che la scuola degli allenatori italiani produce i migliori allenatori del mondo e i risultati sono lì a confermarlo: cos’è che fa degli allenatori italiani i migliori allenatori del mondo?
Da un lato, la scuola stessa, ossia la preparazione che gli allenatori italiani ricevono a Coverciano e, da un altro lato, il lavoro che facciamo ogni giorno sul campo e ogni domenica, confrontandoci con i nostri colleghi: non abbiamo nulla da imparare sul piano tattico, tanto è vero questo che molti allenatori stranieri, anche quando hanno nomi importanti, vengono in Italia per imparare le nostre metodologie e tornano nei loro paesi con un bagaglio tecnico più consistente.
Allegri, Sarri e Spalletti: sono toscani, di nascita o di adozione, tre fra gli allenatori delle prime cinque squadre in classifica. Si tratta di una coincidenza o c’è qualcosa di più?
Devo dire, innanzitutto, che sono contento che tre allenatori toscani siano nelle prime cinque squadre di serie A e che li seguo con particolare affetto e considerazione: per il resto, noi siamo delle persone abbastanza difficili da controllare, ma, in presenza di società che ci danno la possibilità di esprimerci, riusciamo spesso a fare delle cose importanti.
Debutta sulla panchina del Viareggio nel 1974, ma, nel corso della sua carriera, non allenerà mai più una squadra toscana: è vero il detto secondo cui “nessuno è profeta in patria”?
Non aver mai più allenato una squadra toscana, a parte il Viareggio, è un dispiacere che ho sempre avuto, ma gli stessi allenatori di cui tu mi hai parlato hanno allenato e fatto bene in Toscana: nel mio caso, credo che si tratti soltanto di una coincidenza.
Nel corso dell’ultimo decennio, quando il Livorno era in serie A, per ben due volte è andato molto vicino ad allenare gli amaranto: in particolar modo nel 2007, quando avrebbe dovuto sostituire Orsi dopo sette giornate di campionato, ma poi non se ne fece più nulla. Quanto le sarebbe piaciuto allenare la squadra che fu di Armando Picchi?
Mi sarebbe piaciuto tantissimo allenare il Livorno e ne sarei stato molto orgoglioso anche perché io sono della provincia di Livorno (Piombino, ndr): in quell’occasione di cui tu mi parli, c’era già un mezzo accordo con Spinelli, ma poi arrivò al Presidente una telefonata un po’ particolare e Spinelli cambiò opinione, come spesso gli capita di fare.
Ha allenato in grandi piazze (Bologna, Torino, Cagliari, Palermo, etc.), ma non le è mai stata affidata una grandissima squadra: è vero oppure no che, a distanza di pochi anni, è stato vicino ad allenare Inter e Roma?
Vero nel caso dell’Inter, non nel caso della Roma perchè non avrei mai accettato di fare il secondo ad Eriksson, neanche quando andavano di moda i doppi allenatori, come ipotizzarono i giornali dell’epoca: tutt’al più avrei accettato che Eriksson facesse il secondo a me. Quello del direttore tecnico o, più in generale, del coordinatore dell’area tecnica è un ruolo che vedo bene per me, oggi che ho settantacinque anni.
Ho ragione se le dico che nel 2002 il suo grande amico Franco Scoglio le soffiò la panchina del Napoli?
Parlare di Franco Scoglio è un argomento molto doloroso per me perché si tratta di un personaggio che io ho creato, aiutandolo a diventare allenatore: per quanto mi riguarda, è meglio lasciar perdere perché è un argomento molto delicato.
Più di una volta, nell’arco della sua carriera, il suo nome è stato accostato alla panchina di una squadra straniera (Levante in Spagna, Kavala in Grecia, etc.): le sarebbe piaciuto allenare all’estero?
Avevo avuto degli abboccamenti abbastanza particolari, tanto più che ero andato anche a Valencia per incontrare la dirigenza del Levante: mi stimolava fare un’esperienza all’estero, ma questo tipo di ragionamento non è mai andato a buon fine.
Le è mai capitato di essere costretto a sfidare gli umori di una tifoseria, pur di difendere una sua scelta nella gestione di un calciatore?
Mi è capitato, eccome se mi è capitato: ma quando io ero convinto di una certa cosa, avrei sfidato l’universo intero, non solo i tifosi.
Per quanto riguarda la gestione del “caso Totti”, che domina le prime pagine di tutti i giornali, si comporterebbe come si sta comportando Spalletti oppure no?
Non conosco nulla di più di quanto viene scritto sui giornali e, in base a questo, ritengo che Totti sia arrivato a un punto tale della sua carriera in cui è chiamato a prendere delle decisioni importanti e che nessun altro può prendere al posto suo, alla luce di quello che è il suo ruolo agli occhi della squadra e della tifoseria. Dal punto di vista professionale, Spalletti si sta comportando come ci si deve comportare.
Cosa pensa delle contestazioni a Giampiero Ventura, lei che conosce bene la piazza granata?
Quel che succede a Ventura sta capitando anche a Gasperini: stando tanti anni in una piazza, può capitare che un campionato non vada proprio nella maniera in cui la gente si aspettava e, a quel punto, gli stessi tifosi, che acclamavano l’allenatore fino a pochi mesi prima, cominciano ad avere bisogno di novità e a reclamare un cambio in panchina.
E’ vero che, dopo un certo tempo, anche le più belle storie si esauriscono?
Sono come le belle storie d’amore: possono continuare soltanto se, da ambo le parti, vi sono l’intelligenza e la volontà di risolvere insieme i problemi, altrimenti si depauperano.
Veniamo al campionato di serie B: a quindici giornate dalla fine, il Cagliari è già in serie A?
Il Cagliari non è già in serie A, però sicuramente ci andrà.
Sabato pomeriggio il Livorno di Panucci sarà di scena ad Avellino per la prima di una serie di tre partite da disputarsi nell’arco di una settimana: quando si va a giocare in una piazza calda come Avellino, bisogna temere di più la forza dell’avversario o l’entusiasmo del pubblico?
Panucci sa perfettamente ciò che sto per dirti perché ha le stimmate per diventare un grande allenatore e, per questo motivo, lo seguo con simpatia: un allenatore, prima di avere una considerazione tecnica, tattica e comportamentale della squadra avversaria, deve avere la stessa considerazione della propria squadra nei confronti degli avversari. Per quanto riguarda il pubblico, c’è da dire che si tratta di una componente umorale per definizione per cui, nel caso i biancoverdi dovessero trovarsi in difficoltà, non è detto che abbiano la tifoseria dalla loro parte.
Che partita si aspetta?
Beh, non lo so: lunedì te lo dirò (ride).
Ha allenato i biancoverdi nel corso della stagione 1989/1990, con Pierpaolo Marino nelle insolite vesti di Presidente degli irpini: fu esonerato dopo 23 partite, senza riuscire ad ottenere l’obiettivo per cui era stato chiamato. Che ricordi ha di quell’esperienza?
Solo brutti ricordi, purtroppo.
A un certo punto della stagione, prima con Panucci e poi con Mutti, sembrava che il Livorno potesse competere per approdare in zona playoff: oggi, invece, gli amaranto sono chiamati a lottare per evitare la zona retrocessione. Rispetto a squadre partite per salvarsi sin dall’inizio del campionato, una squadra come il Livorno può incontrare più difficoltà a calarsi in questa nuova realtà?
Ti meraviglierò, ma io credo che il Livorno sia ancora in tempo per arrivare in zona playoff, sempreché riesca ad assestarsi in maniera definitiva.
3 punti in 9 partite, questo è il magro bilancio di Bortolo Mutti alla guida del Livorno: a me, personalmente, sembra che la squadra, la stampa e la tifoseria non abbiano mai accettato la presenza in panchina del tecnico bergamasco e, volontariamente o involontariamente, abbiano posto le condizioni per un ritorno di Panucci. Possono davvero verificarsi episodi di questo genere nel calcio?
Tu mi fai una domanda rispetto alla quale trovo grande difficoltà a rispondere, soprattutto perché sono molto legato a Bortolo Mutti, che fu un mio giocatore nell’Atalanta quando vincemmo il campionato (stagione 1983/1984, ndr).
Chi vince il campionato di serie A?
Molto probabilmente, la Juventus.
A parte una torta con 75 candeline, cosa c’è nel futuro di Nedo Sonetti?
Alla mia età, non posso mica pretendere di fare l’allenatore: tuttavia, confido molto nella possibilità di riuscire a trovare una squadra a cui mettere a disposizione la mia esperienza nel ruolo di direttore tecnico o di coordinatore dell’area tecnica, anche affiancando un tecnico alle prime armi. Il desiderio di continuare a dare qualcosa al calcio non mi manca certamente.
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