Livorno – E’ alla 19esima di ritorno contro il Perugia, a tre giornate dalla fine del campionato, che si assiste alla resa, non proprio onorevole e comunque incondizionata, degli amaranto. Usare il sostantivo squadra, quello che indica un gruppo di atleti che gareggiano insieme o individualmente per i colori di una stessa società sportiva, una stessa nazione eccetera, oppure un gruppo di persone che compiono lo stesso lavoro o sono organizzate per un fine comune, a questo punto della stagione, visto come sono andate le cose, non è più il caso. Questo perché il professionismo nello sport dovrebbe prescindere i prestiti, gli svincoli, i riscatti e tutti gli altri impegni contrattuali ed essere assecondato alla difesa strenua e assoluta della maglia che s'indossa. Il condizionale è d’obbligo visto quanto fin'ora.
Nel primo tempo si vede un buon Livorno, segno evidente che Gelain ha scelto l’undici migliore per affrontare questo match così fondamentale. Le trame si dipanano con una certa facilità e il fraseggio si sviluppa discretamente tra le linee avversarie. Arrivano le conclusioni e, al 30°, anche il gol di Vantaggiato che torna a segnare su azione dopo un’eternità. Dalla destra crossa Cazzola e il numero 10 insacca con una girata degna del suo nome. Il Picchi ci spera ancora, la Nord canta come ai tempi d’oro. Prima dell’intervallo il pressing continua ma, ahinoi, il raddoppio per chiuderla non arriva.
Nel secondo tempo il motivo conduttore cambia. Il Perugia di Bisoli vive una condizione psicologica di tutt’altra natura e, con la forza dei nervi distesi, rientra in campo per giocare a pallone. Al 22°, su una punizione dalla fascia destra, Pinsoglio fa scempio delle proprie doti tecniche e si produce in un’uscita su cui è difficile non infierire verbalmente. Un gol così spezzerebbe le gambe anche a una vera squadra di calcio. Al Livorno lo mette ko e lo rende incapace di reagire in qualsivoglia maniera. Sotto un tripudio di fischi ed improperi si rischia più di una volta di prendere il secondo gol. Ancor prima che il signor Alessandro Di Paolo di Avezzano fischi tre volte, finisce la partita e, con tutta probabilità, l’avventura del Livorno nel calcio che conta.
Si libra così il canto del cigno, l’ultima espressione vitale dell’agonizzante Livorno, flebile e inaudito perché sommerso dagli insulti e dalle male parole degli oltre seimila sportivi accorsi allo stadio. D’altronde, la maglia è una cosa seria. E’ sempre stato così.
Autore: Emilio Guardavilla / Twitter: @amarantanews
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