Livorno – Il risultato della decima di ritorno è un pareggio che lascia il tempo che trova nel cammino verso la salvezza del Livorno di quest’anno. Un tempo incerto e minaccioso di precipitazioni improvvise. Il maestrale del prepartita è fresco e teso ma non riesce a detergere un cielo adombrato da nuvole che persistono come se niente fosse. E’ un cielo che non è né blu né grigio ma potrebbe diventare l’uno o l’altro in qualsiasi momento, con qualsiasi risultato. Allo stadio lo sanno tutti. Quelli che contestano, quelli che tifano e quelli che non sanno più cosa fare. E anche quelli che non sono venuti nonostante tutto.
Nella prima mezzora la Virtus fa la big anche se è più corretto dire che è il Livorno che glielo permette con il suo atteggiamento titubante in fase difensiva e impacciato nelle geometrie d’attacco. L’Entella costruisce e conclude pericolosamente e a più riprese, il Livorno no. Al 33’ però, si sviluppa un’azione d’attacco che dimostra che ci siamo anche noi e che è la sintesi perfetta del campionato in corso. Un’azione convulsa e disordinata davanti alla porta avversaria con conclusioni ripetute e ravvicinate, fortemente cercate ma vanificate da imprecisioni dettate dalla foga agonistica e dalla volontà di riscatto. Forse improvvisate. Un batti e ribatti in area che toglie il fiato alla panchina e a tutto lo stadio prima di risolversi in un nulla di fatto sconcertante. E’ il leitmotiv di una stagione incomprensibile, o almeno di quest’ultima porzione in cui non riusciamo a buttarla dentro in nessun modo.
La condotta della ripresa è sensibilmente migliore. Il ritrovato Vajushi per l’inconcludente Báez prima e il rinvigorito Jelenič per l’esausto Fedato poi, garantiscono una marcia diversa. Con questi innesti il Livorno abbaia di più, questo è vero, ma non morde. Nemmeno con Bunino per Moscati a 10’ dalla fine. I chilometri corsi e il sudore prodotto sono ancora una volta sproporzionati alle conclusioni degne di nota. Tanto impegno in fase di impostazione e poca concretezza negli ultimi venti metri, quelli in cui, di solito, si fa gol.
Quando il signor Gianluca Manganiello di Pinerolo fischia tre volte, la squadra, tutti i calciatori chini con le mani sulle ginocchia, viene subissata da un boato frammisto di applausi e fischi. Il mal di gol è una delle patologie peggiori da debellare. Ci vuole un antidoto da assumere in dosi massicce quanto prima. La terapia intensiva deve iniziare in Sicilia.
Autore: Emilio Guardavilla / Twitter: @amarantanews
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