Milano – C'era tanta, tantissima Livorno giovedì 17 dicembre a Milano per ricordare Armando Picchi. Per gli interisti il capitano della Grande Inter, per i livornesi semplicemente Armandino, uno di noi. Un uomo, per usare le sue stesse parole, con la pelle amaranto. Da questa famosa quanto simbolica frase prende il titolo il monologo di Michele Crestacci, ieri per la prima volta in scena su un palcoscenico milanese, dedicato alla figura di uno dei simboli dello sport labronico che chiude la trilogia tutta livornese che comprende anche Amedeo Modigliani e Giorgio Caproni.
A ospitare lo spettacolo l’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare che ha trasmesso la pièce dell'artista livornese in diretta sulle sue frequenze. Una serata all’insegna della livornesità che era stata aperta dalla proiezione del documentario “Gabbia di matti”, realizzato da Luca Falorni, che narra la nascita di uno dei simboli della livornesità: il Gabbione. Una storia bellissima che ovviamente ha tra i suoi protagonisti Armandino. Un affresco in cui il campione lascia spazio all'uomo, alla sua vita tra i Bagni Fiume e gli amici di una vita. Sullo sfondo la Livorno che fu e di cui oggi, per stessa ammissione dei protagonisti, non resta che uno sbiadito ricordo.
La serata ha avuto un ospite speciale: l’ex presidente dell’Inter Massimo Moratti. Con lui c’era anche Leo Picchi, figlio di Armando e attualmente capo ufficio stampa della società nerazzurra. Un binomio padre-figlio in cui i ricordi si accavallano, le emozioni si susseguono e gli occhi, inevitabilmente, luccicano. I loro padri conquistarono l’Europa e il Mondo negli anni Sessanta loro quarant’anni dopo sono riusciti a fare altrettanto. Moratti e Picchi: da Vienna 1964 a Madrid 2010.
«Spesso i cosiddetti esperti – ha detto a margine della serata Massimo Moratti - ci riempiono la testa con i discorsi sull'organizzazione di gioco, le tattiche, gli equilibri. La verità è che nello sport, come anche nelle aziende, a fare la differenza sono le persone. Per vincere una squadra ha bisogno di figure di carisma che sanno dire le cose giuste al momento giusto. La Grande Inter aveva Armando Picchi. Non credo di far torto a nessuno, e se lo chiedete a Corso, Mazzola e Suarez non potranno che confermarlo, se dico che lui era davvero il migliore».
«Livorno – ha poi aggiunto l’ex patron nerazzurro - è una città meravigliosa, così come la sua gente. Ha una luce particolare come hanno ricordato giustamente quelle splendide persone intervistate nel documentario. E anche un gran bel colore. Uno come Armandino non poteva che arrivare da lì».
Autore: Luca Aprea / Twitter: @Cafeponci
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