Livorno – Tutti adesso scoprono Diego Simeone, allenatore argentino da due anni e mezzo alla guida tecnica dell’Atlético Madrid, capolista nella Liga spagnola. Simeone, detto el Cholo, il Meticcio, da giocatore era un centrocampista grintoso ma completo, in grado sia di recuperar palloni che di far ripartire le azioni e al limite finalizzarle.
Da allenatore, a parte una breve esperienza a Catania nel 2011, in Italia non ha praticamente allenato. Prima di approdare in Spagna nell’Atletico, infatti, ha guidato in Argentina le squadre del Racing Club, dell’Estudiantes, del River Plate e del San Lorenzo. Ma da giocatore, oltre ad essere un titolare della Nazionale argentina allora capitanata da Diego Maradona, ha calcato a lungo i campi italiani, portato nel Pisa da quell’incredibile scopritore di talenti che fu Romeo Anconetani, che lo scovò nel Velez Sarsfield, squadra di Liniers, un sobborgo di Buones Aires.
Ebbene, proprio a Pisa, fra il 1990 e il 1992, el Cholo ebbe come allenatore un livornese di scoglio, anticipatore dei tempi e delle tattiche, Mauro Viviani, che ha accettato di parlare, in esclusiva ad Amaranta.it, di quel suo giocatore dal carattere spigoloso ma con tanta voglia di arrivare e di affermarsi, che lui valorizzò assieme a Luca Giannini ed Ilario Castagner. E che il Pisa, poi, mandò al Siviglia, da dove el Cholo sarebbe in seguito passato all’Atletico Madrid per tornare in Italia all’Inter e alla Lazio e quindi andare nuovamente in Spagna ancora nell’Atletico, prima di chiudere la carriera in Argentina nel Racing Club, da dove appunto ha iniziato quella di allenatore.
Viviani, con l’eliminazione del Barcellona in Champions League e con il consolidamento della leadership nella Liga, tutti sembrano aver scoperto Simeone, allenatore dell’Atletico Madrid dei miracoli. Lei che ebbe Simeone come giocatore nel Pisa, è stupito di questo successo?
“No, per niente”.
E perché?
“Perché Diego era un ragazzo che voleva arrivare, era giovanissimo ma già aveva la personalità di un veterano”.
Ma che tipo era, Simeone, quando arrivò a Pisa nei primissimi anni Novanta?
“Ripeto, un giovane affamato di successo, a volte suscettibile, un po’ caratteriale”.
Con lei aveva un buon rapporto?
“Certamente, il suo mentore Aloisio, un grande procuratore sudamericano, mi chiamava spesso raccomandandomi di aiutarlo e stargli vicino con molta discrezione”.
C’è qualche episodio che lei ricorda, nel bene o nel male?
“Ricordo che in Sudamerica si svolgeva il torneo di qualificazione per le olimpiadi di Spagna, noi eravamo a Pescia in ritiro, Romeo a tavola mi disse: telefoni a sua moglie e si faccia preparare una valigia con abbigliamento estivo, questa sera parte per il Paraguay. Notando la mia grande sorpresa, aggiunse: mi raccomando, controlli che Simeone faccia il bravo e mi segnali qualche giocatore! Simeone fece il bravo e in Italia arrivarono Montero, Cafù, Saralegui, Asprilla, tutti giocatori opzionati dal Pisa”.
Nel sistema di gioco di Simeone c’è qualcosa che le ricorda le tattiche e le modalità che adottavate con il Pisa?
“Certamente!”.
Si spieghi meglio...
“Chiusura asfissiante delle fonti di gioco avversarie, grande movimento in avanti, ripartenze veloci, equilibrio difensivo e tanta tanta grinta”.
Lei può dirsi sicuramente uno dei suoi maestri a livello tecnico. Lo sente come un suo allievo?
“Un allievo non solo mio. Però, vedendo giocare il suo Atletico, in effetti qualcosa di appreso in quell’ormai lontana esperienza in Toscana, la vedo”.
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