Marco Ceccarini
Livorno - Ciao Franco. Ti ho conosciuto che ero ancora un ragazzo o poco più, quando ventunenne stavo scrivendo, a puntate, la storia del Livorno calcio su un periodico che oggi non c'é più, la Triglia, con un titolo che avevo scelto io e che mi piaceva molto: "La favola amaranto". I fatti, più o meno, andarono così. Si era nei primi mesi del 1984 e il Livorno dei record, allenato da Renzo Melani, stava stravincendo il campionato di Serie C2. Io dunque scrivevo questa storia a puntate ed ero convinto di sopperire, in quel modo, a una mancanza non lieve nel panorama editoriale locale. I miei racconti sulla Triglia piacevano ai lettori, lo sapevo, e sarebbe bastato poco, rimetterli un po' in ordine, renderli omogenei, ed una bella storia sul Livorno sarebbe stata pronta in quattro e quattr'otto. Quel che mi mancava, però, era un editore. Mio babbo mi mandò da un suo conoscente che faceva l'editore locale. Ma quando, andando a trovarlo, gli proposi l'idea, lui mi parlò più o meno così: "Se io pubblico un libro, capisci che devo riprendere il rischio economico dell'impresa. Però é giusto che anche Marco, che quel libro scrive, guadagni qualcosa. Insomma, se il libro costa cinquanta, é giusto che di queste cinquanta, una vada a Marco". Rimasi di stucco. Non che volessi guadagnare cifre importanti con un libro del genere, ma le condizioni affinchè le pubblicazioni andassero bene, c'erano tutte, quindi non ritenevo giusto che mi si proponessero condizioni di quel tipo. Ero molto giovane, ma non per questo avevo gli anelli al naso. Così non mi feci più vivo e in questo modo rimandai la proposta al mittente. E mi misi a cercare una nuova soluzione. Che non tardò ad arrivare. Frequentando il club amaranto Mario Magnozzi, al quale ero iscritto, qualcuno mi disse infatti che, se volevo far ripartire la mia idea, dovevo parlarne con Franco Chiarello, uno dei dirigenti del club. Egli era un uomo adulto, ben più che quarantenne, ed era molto attivo nell'ambito della tifoseria amaranto. Me lo presentarono, ci parlai. Lui mi disse: "Okay, ti do una mano, ma il libro lo facciamo insieme. Nel senso che posso infatti arricchire la pubblicazione con una parte statistica che nessuno ha". Lì per lì, presi un po' di tempo. Lui allora mi invitò a casa a vedere il suo "archivio amaranto": una serie incredibile di quaderni sui quali, fin da ragazzino, aveva iniziato ad appuntare dati e numeri sulla squadra, sui singoli giocatori, sugli allenatori, sui presidenti, sugli arbitri, e così via. Di fronte a tanta ricchezza di dati, acconsentì a fare il libro assieme a lui, ponendo però una condizione: la pubblicazione doveva chiamarsi "La favola amaranto", proprio come la storia a puntate sulla Triglia, e lui acconsentì. Anzi, disse: "Quel titolo mi piace". E aggiunse: "Se sei d'accordo, domani sera ne parlo in televisione". Giá in quegli anni, infatti, Franco andava spesso ospite delle varie emittenti locali e quella sera doveva intervenire in una trasmissione organizzata da una tivù di Pisa. Io mi dissi d'accordo. E così lui fece. Più o meno, pronunciò queste parole: "Insieme a un giovane giornalista sto lavorando a un progetto, la storia del Livorno, che potrebbe essere un bel progetto. Ma ci manca l'editore. Sarebbe importante se questa idea potesse interessare a qualcuno". Il tempo di dire così che il telefono della tivù locale squillò. Dall'altro capo del filo c'era un giornalista che aveva deciso passare dall'altra parte della barricata, cioé cimentarsi nel mestiere dell'editore, il quale si disse disposto a valutare la proposta. Quell'uomo era Fabrizio Mazzia, che poi sarebbe diventato l'editore de "La favola amaranto" col marchio della Deadalus faecit, il quale ci dette un appuntamento nel suo studio di corso Amedeo. Fu in questo modo che qualche giorno dopo lo incontrammo e "La favola amaranto" trovò il suo editore, arricchita di una parte statistica che, in larga parte, fu curata proprio da Franco. Logica conseguenza fu che ci mettemmo immediatamente al lavoro. Il libro fu pronto in un paio di mesi, tre al massimo, e all'indomani dell'ultima gara di campionato, era giá nelle edicole. E fu un successo. Un successo per me e per Franco. Il quale, tanti anni dopo, ha pubblicato un altro libro molto bello sulle statistiche legate alla storia del Livorno, la "Enciclopedia amaranto" edita da Il Quadrifoglio, ma che tuttavia di recente, quando gli dissi che su un sito internet legato al tifo sportivo, avevo letto un "post" in cui un tifoso definiva il nostro libro "la Bibbia del calcio amaranto", sorrise felice. E commentò: "Si può dire che siamo stati i primi, tutti gli altri ci hanno imitato". Ciao Franco, adesso che a soli 68 anni ci hai davvero prematuramente lasciato, ti dedico il nostro libro di tanti anni fa, che forse una Bibbia amaranto non sará stato, ma che certo é stato letto e apprezzato da molti sportivi livornesi. (13/03/2009)
Livorno - Ciao Franco. Ti ho conosciuto che ero ancora un ragazzo o poco più, quando ventunenne stavo scrivendo, a puntate, la storia del Livorno calcio su un periodico che oggi non c'é più, la Triglia, con un titolo che avevo scelto io e che mi piaceva molto: "La favola amaranto". I fatti, più o meno, andarono così. Si era nei primi mesi del 1984 e il Livorno dei record, allenato da Renzo Melani, stava stravincendo il campionato di Serie C2. Io dunque scrivevo questa storia a puntate ed ero convinto di sopperire, in quel modo, a una mancanza non lieve nel panorama editoriale locale. I miei racconti sulla Triglia piacevano ai lettori, lo sapevo, e sarebbe bastato poco, rimetterli un po' in ordine, renderli omogenei, ed una bella storia sul Livorno sarebbe stata pronta in quattro e quattr'otto. Quel che mi mancava, però, era un editore. Mio babbo mi mandò da un suo conoscente che faceva l'editore locale. Ma quando, andando a trovarlo, gli proposi l'idea, lui mi parlò più o meno così: "Se io pubblico un libro, capisci che devo riprendere il rischio economico dell'impresa. Però é giusto che anche Marco, che quel libro scrive, guadagni qualcosa. Insomma, se il libro costa cinquanta, é giusto che di queste cinquanta, una vada a Marco". Rimasi di stucco. Non che volessi guadagnare cifre importanti con un libro del genere, ma le condizioni affinchè le pubblicazioni andassero bene, c'erano tutte, quindi non ritenevo giusto che mi si proponessero condizioni di quel tipo. Ero molto giovane, ma non per questo avevo gli anelli al naso. Così non mi feci più vivo e in questo modo rimandai la proposta al mittente. E mi misi a cercare una nuova soluzione. Che non tardò ad arrivare. Frequentando il club amaranto Mario Magnozzi, al quale ero iscritto, qualcuno mi disse infatti che, se volevo far ripartire la mia idea, dovevo parlarne con Franco Chiarello, uno dei dirigenti del club. Egli era un uomo adulto, ben più che quarantenne, ed era molto attivo nell'ambito della tifoseria amaranto. Me lo presentarono, ci parlai. Lui mi disse: "Okay, ti do una mano, ma il libro lo facciamo insieme. Nel senso che posso infatti arricchire la pubblicazione con una parte statistica che nessuno ha". Lì per lì, presi un po' di tempo. Lui allora mi invitò a casa a vedere il suo "archivio amaranto": una serie incredibile di quaderni sui quali, fin da ragazzino, aveva iniziato ad appuntare dati e numeri sulla squadra, sui singoli giocatori, sugli allenatori, sui presidenti, sugli arbitri, e così via. Di fronte a tanta ricchezza di dati, acconsentì a fare il libro assieme a lui, ponendo però una condizione: la pubblicazione doveva chiamarsi "La favola amaranto", proprio come la storia a puntate sulla Triglia, e lui acconsentì. Anzi, disse: "Quel titolo mi piace". E aggiunse: "Se sei d'accordo, domani sera ne parlo in televisione". Giá in quegli anni, infatti, Franco andava spesso ospite delle varie emittenti locali e quella sera doveva intervenire in una trasmissione organizzata da una tivù di Pisa. Io mi dissi d'accordo. E così lui fece. Più o meno, pronunciò queste parole: "Insieme a un giovane giornalista sto lavorando a un progetto, la storia del Livorno, che potrebbe essere un bel progetto. Ma ci manca l'editore. Sarebbe importante se questa idea potesse interessare a qualcuno". Il tempo di dire così che il telefono della tivù locale squillò. Dall'altro capo del filo c'era un giornalista che aveva deciso passare dall'altra parte della barricata, cioé cimentarsi nel mestiere dell'editore, il quale si disse disposto a valutare la proposta. Quell'uomo era Fabrizio Mazzia, che poi sarebbe diventato l'editore de "La favola amaranto" col marchio della Deadalus faecit, il quale ci dette un appuntamento nel suo studio di corso Amedeo. Fu in questo modo che qualche giorno dopo lo incontrammo e "La favola amaranto" trovò il suo editore, arricchita di una parte statistica che, in larga parte, fu curata proprio da Franco. Logica conseguenza fu che ci mettemmo immediatamente al lavoro. Il libro fu pronto in un paio di mesi, tre al massimo, e all'indomani dell'ultima gara di campionato, era giá nelle edicole. E fu un successo. Un successo per me e per Franco. Il quale, tanti anni dopo, ha pubblicato un altro libro molto bello sulle statistiche legate alla storia del Livorno, la "Enciclopedia amaranto" edita da Il Quadrifoglio, ma che tuttavia di recente, quando gli dissi che su un sito internet legato al tifo sportivo, avevo letto un "post" in cui un tifoso definiva il nostro libro "la Bibbia del calcio amaranto", sorrise felice. E commentò: "Si può dire che siamo stati i primi, tutti gli altri ci hanno imitato". Ciao Franco, adesso che a soli 68 anni ci hai davvero prematuramente lasciato, ti dedico il nostro libro di tanti anni fa, che forse una Bibbia amaranto non sará stato, ma che certo é stato letto e apprezzato da molti sportivi livornesi. (13/03/2009)
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