Livorno - In momenti come questi probabilmente sarebbe meglio tacere, un po’ perché il silenzio è d’oro, un po’ perché effettivamente non ci sono parole davanti all’immagine di un ragazzo di 25 anni che muore correndo su un campo di calcio. Poi però ti chiedi se non sia giusto cercare un minimo di conforto nello stare vicino a chi ha l’animo straziato come il tuo e lasciare la tua piccolissima testimonianza verso un calciatore-gentiluomo, che adesso gioca su altri prati.
Il mio ricordo di Piermario Morosini è datato 7 febbraio, il giorno della sua presentazione alla stampa al Centro Coni di Tirrenia. Di lui mi colpì subito il fatto di vederlo già lì prima ancora che arrivassi, nonostante mancassero sempre dieci minuti abbondanti all’orario stabilito per la conferenza. A dirla tutta, insieme a lui c’era anche l’altro neo-acquisto amaranto arrivato l’ultimo giorno del mercato di gennaio, ma, con tutto il rispetto, Simone Sini è un ragazzo del ’92 che ha appena messo piede nel calcio professionistico, mentre Morosini a 25 anni vanta già un curriculum di tutto rispetto: 111 presenze in B e 21 in A, con la ciliegina sulla torta di 18 gettoni collezionati nella Nazionale Under 21 fra il 2006 e il 2009. Insomma, ce ne sarebbe stato per fare un po’ la star, ma Piermario non era proprio il tipo. Mi è bastato vederlo muoversi e sentirlo parlare per dieci minuti, per capire che era un ragazzo d’oro, d’altri tempi, un vero signore. Modi garbati, occhi vispi, vestiti casual e l’entusiasmo per essere approdato in una piazza prestigiosa, con la speranza di convincere finalmente una Società importante ad investire su di lui, dopo tanto andirivieni fra l’Udinese e le varie squadre dove veniva mandato in prestito. Uno che con il gol ha sempre avuto scarso feeling( 3 sole reti da professionista, di cui 2 in Coppa Italia), ma a cui piaceva stare nel vivo del gioco, toccare tanti palloni e far partire l’azione. Una vita da mediano, come quella del suo modello, l’argentino ex Lazio, Parma, Inter e Brescia, Matyas Almeyda, dal quale aveva ereditato il numero di maglia (il 25) e soprattutto lo spirito battagliero e la voglia di combattere. Come quella che ha contraddistinto gli ultimi attimi della sua vita di uomo e di calciatore, quando ha provato per una, due, forse tre volte, a rialzarsi e vincere un dolore che deve essere stato tanto improvviso quanto sconvolgente. Quel 7 febbraio, a Tirrenia, c’era anche il dg Gardini, un uomo grande e grosso, tutto d’un pezzo, che a Pescara abbiamo visto piangere mentre faceva al cellulare la telefonata più triste della sua vita. Lì abbiamo capito che per Morosini era finita, anche se per un’altra ora e mezzo, complici certe notizie più o meno vere, abbiamo voluto illuderci che non fosse così. Impossibile cancellare dalla mente certe scene, dalla disperazione di Schiattarella alle lacrime di Bardi e Dionisi, dalle mani nei capelli di Paulinho alla fuga di tutti i giocatori in lacrime verso il sottopassaggio, fino al gesto terribile di colui che si è rivolto verso la curva dei tifosi pescaresi nel momento in cui si sono chiuse le porte dell’ambulanza, nel segno inequivocabile di chi sapeva che la corsa verso l’ospedale sarebbe stata inutile.
Da tifoso pensavo di aver versato tutte le mie lacrime amaranto nel dolore degli stadi di Casteldisangro, Ferrara o Perugia, e nella gioia di quelli di Treviso e Piacenza : mai avrei pensato di doverne piangere di ben più amare e inconsolabili davanti al televisore, per la morte di un ragazzo d’altri tempi che adesso non c’è più.
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