Livorno – Nello spezzatino della 27ma giornata del campionato cadetto Livorno–Avellino non è né un anticipo né un posticipo ma una gara che si disputa all’insolito orario delle 12.30 del giorno in cui anche l’Altissimo aveva deciso di dedicare al riposo. Il lunch match, come usa in Premier, è una trovata geniale e al contempo bizzarra per assecondare i dettami delle esigenze televisive i cui palinsesti debordanti di avvenimenti, così come si mormora nel pre-partita, non guardano in faccia a nessuno. Ormai avvezzi a calendari che se ne infischiano del buon costume della civiltà moderna ci sottomettiamo impotenti, per la prima volta quest’anno, al volere del più forte e scendiamo in campo con l’orologio biologico settato con non si sa bene quale fuso orario. Ci fa visita l’Avellino di mister Massimo Rastelli, una squadra che definiamo in salute solo per spirito di sopravvivenza. Non che il nostro morale sia minato minimamente, le ultime uscite sono confortanti e la squadra ha sin’ora risposto alla grande a quanto impartito dalla direzione tecnica, ma l’intera settimana è stata dedicata a preparare la partita con gli irpini con tutti gli scrupoli possibili e immaginabili e solo dopo averla definita come la più difficile dall’inizio del girone di ritorno. La cornice, come era facile prevedere anche cento anni fa, è quella delle grandi occasioni, con grande partecipazione di pubblico, coreografie collaudate e anteprime quanto meno emozionanti; esibizione e passerella dei giovani dell’Accademy i momenti più applauditi da tutti i settori, loro sono il nostro futuro. D’altronde è la nostra festa, il centenario sul nostro campo, e quindi è lecito festeggiare e godersi il momento; del domani non v’è certezza. Magari con una prestazione positiva ed un risultato adeguato alla continuità a cui stiamo facendo la bocca, giusto per ribadire di che pasta siamo fatti. La cabala è dalla nostra parte ma l’Avellino ha tutte le carte in regola per far da guastafeste. Viene da 3 vittorie consecutive e, pur non avendo un reparto offensivo al fulmicotone, ha un passivo di reti invidiabile. Staziona in condominio nelle zone alte della classifica e vola sulle ali di quell’entusiasmo mai nascosto che ha fatto muovere oltre mille lupi dall’Irpinia (la tifoseria numericamente più consistente che abbiamo ospitato quest’anno). Intorno alle 12.30 10mila testi dell’Inno Amaranto danno vita ad un karaoke da brividi; la Sud settore ospiti risponde con salve di fischi imbarazzanti che fanno rivoltare nella tomba il barone di Cubertin. Il signor Massimo Mariani della sezione Aia di Aprilia fischia l’inizio delle ostilità, the show must go on, e sulla bocca storta di tutti la parola trequartista diventa l’argomento più gettonato per osservazioni e apprezzamenti più o meno colorati. Gelain, a inizio partita torvo in volto chissà da quando, ha deciso di adottare questo espediente, Belinghieri dal 1° minuto a sostegno dei gemelli del gol, per scardinare le retrovie dell’avversario odierno. Nei primi 45’ il Livorno si fa preferire per possesso palla e occasioni ma l’Avellino è venuto qui con il chiaro intento di non prenderne prima di tutto e davanti è difficile pungere. Nella ripresa, Galbinov per Belinghieri, Jelenic per Maicon e Rivas per Gemiti, la musica non cambia in termini di cattiveria agonistica, cinismo e concretezza. L’Avellino è guardingo e tosto nelle ripartenze. All’83°, a congestionare un pranzo consumato poco e male ma soprattutto ad avvalorare ulteriormente la teoria della rotondità del pallone, il numero 29 Trotta sfrutta uno dei due errori fisiologici che la nostra squadra concede in difesa ogni partita e porta avanti i suoi. Il pranzo è servito. La reazione del Livorno è veemente e le occasioni da gol fioccano innumerevoli anche se sterili. Ciò che fa rabbia sugli spalti è che la rabbia in campo, quella sportiva s’intende, è scattata solo dopo lo svantaggio; troppo tardi, ahinoi. Triplice fischio e terzo tempo non degno della giornata. Il velato ottimismo che si manifesta in tribuna e in sala stampa è più che giustificato, si parla di un incidente di percorso didattico e costruttivo. In ogni caso, anche se il pareggio sarebbe stato più giusto o ai punti avremmo vinto noi, l’abbiamo mangiata ghiaccia. Proprio come dall’ultima voce rubata in piazzale Mondello: “Che brutto desinare oggi!”.
Autore: Emilio Guardavilla / Twitter: @amarantanews
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