Livorno – Centrocampista, o meglio tuttocampista, Marco Merlo è stato uno dei simboli del Livorno metà anni 90. Grande faticatore, dotato di un piede educatissimo, giunto nel mercato di riparazione nel novembre 1994, è entrato ben presto nel cuore della tifoseria lasciando un grande ricordo sia sotto il punto di vista dell’impegno che delle prestazioni.

Marco, i tuoi ricordi di Livorno e dei tuoi anni passati in amaranto?

“Livorno è una piazza che ti rimane nel cuore e ti fa sentire calciatore vero a prescindere dalla categoria. Tra l’altro in amaranto ho raggiunto la pienezza della maturità calcistica dove ho raggiunto i miei massimi livelli di rendimento e dove è nato mio figlio. Sono arrivato nel mercato di riparazione del 1994 dopo il fallimento del Taranto e non è stato facile calarsi nella realtà della C2, visto che avevo calcato campi della serie A e B con le maglie di Brescia e Cremonese. Il primo anno non è stato facile, arrivai a stagione in corso e poi subii la perdita di mio papà che condizionò tutta la mia stagione. Non volevo che i livornesi avessero in mente quel Marco Merlo. Così decisi di rimanere a Livorno anche gli anni successivi. E furono anni entusiasmanti, a prescindere dalla vittoria o meno del campionato”.

A Livorno hai vissuto vittorie e sconfitte sempre però vestendo i panni da protagonista.

“La vittoria in quel di Reggio Emilia contro la Maceratese rimane il fiore all’occhiello della mia esperienza in amaranto. Tra l’altro fui protagonista dell’avvio dell’azione che portò Enio Bonaldi a segnare il due a zero. Ricordo un grande entusiasmo e una grande festa per il ritorno dopo tanti anni in C1. Le delusioni più cocenti invece sono senz’altro Ferrara e Perugia. A Ferrara, dopo un gran campionato, perdemmo ai rigori contro la Fermana dopo una partita dominata dove però non riuscimmo a segnare. Tra l’altro in quell’occasione sbagliai anche un rigore ma sentivo, aldilà dell’errore, di potermi prendere quella responsabilità e di doverlo fare per i nostri tifosi anche se appunto andò male. A Perugia invece una delle delusioni più grandi della mia carriera. Fu una stagione tribolata, punti dati e poi tolti, presunti illeciti insomma successe davvero di tutto ed anche in finale subimmo dei torti. Era un gruppo ed una squadra che secondo me avrebbe potuto dire la sua anche in serie B visto il grande valore tecnico e umano che avevamo in rosa. Un vero peccato”.

Poi l’ultimo anno, 1998-99, stagione tribolata culminata con il tuo addio.

“Diciamo che dopo tanti anni da protagonisti avevamo avuto il sentore, già alla vigilia, che saremmo andati in corso ad una stagione difficoltosa. Achilli voleva cedere la società e poi tanti protagonisti degli anni precedenti (Marcato, Bonaldi, Cordone, Vincioni, Stringara) lasciarono la squadra. Fu un anno dove ci trovammo alle prese con la lotta salvezza che riuscimmo a centrare alla penultima giornata a Siena dove strappammo il punto che ci serviva. Giocai tra l’altro quasi tutta la gara col naso rotto e venni operato il giorno successivo. Per il Livorno mi sacrificai però volentieri. Quello fu il mio ultimo regalo alla causa amaranto”.

Hai ancora contatti con qualcuno dei tuoi ex compagni in amaranto?

“Sono molto amico di Ricky di Bin col quale ci siamo visti la scorsa estate in compagnia di Fabrizio Boccafogli. Ho sentito spesso anche Gianni Cuc, Davide Cordone e poi ovviamente Simone Baldo con cui collaboro nelle giovanili al Milan”.

Invece quali sono gli allenatori a cui sei rimasto più legato durante la tua esperienza a Livorno?

Ti faccio tre nomi. Tarcisio Burgnich, che avevo già avuto a Cremona giovanissimo, uomo di grandi valori all’apparenza burbero ma dotato di una grande umanità. Poi Beppe Papadopulo, davvero un allenatore fantastico ed una persona splendida. Non amava giri di parole, era diretto e sincero e proprio per questo benvoluto da tutti. Il suo proseguo di carriera da allenatore non fa altro che confermare quanto già pensavo di lui. Sono grato a Papadopulo anche perché ero finito fuori rosa a causa di incomprensioni con Campagna, che mi accusava di poca professionalità, cosa non vera, invece reintegrò e con lui diventai titolare inamovibile. Ed infine Paolo Stringara che poi ho ritrovato a Viterbo. Non ero molto d’accordo con lui sul ruolo che mi faceva ricoprire ovvero terzino sinistro (sorride). Io amo di più stare nel vivo del gioco. Ma Paolo ha portato una ventata di entusiasmo a livello di mentalità e di spirito di gruppo che ci ha poi consentito di fare il salto di qualità”.

Sappiamo che sei collaboratore di Simone Baldo, ex amaranto anche lui, nelle giovanili del Milan, quindi hai deciso di rimanere nel mondo del calcio...

“Sono ormai da anni nelle giovanili del Milan. Mi trovo molto bene e penso che lavorare con i ragazzi sia la mia dimensione. A volte ho pensato a poter allenare nelle categorie superiori ma ho capito che quello che riesco a dare con i ragazzi è molto più gratificante. Intorno ai 13-14 anni sono nell’età più bella dove è possibile indirizzarli nella maniera più giusta a livello calcistico”.

Ti chiedo infine un giudizio sul Livorno di oggi e soprattutto sul fatto che le presenze allo stadio sono notevolmente diminuite rispetto ai tuoi tempi.

“In effetti è strano sentir parlare di poco pubblico per Livorno. Una piazza fantastica che ha fatto dei suoi tifosi sempre il fiore all’occhiello. Non essendo all’interno del Livorno e non vivendo quotidianamente la piazza non riesco a dare giudizi ma penso che si debba fare di tutto per poter far tornare i livornesi allo stadio essendo un patrimonio troppo grande e troppo prezioso per la squadra e la città”.

Sezione: Calcio / Data: Lun 30 marzo 2026 alle 23:32
Autore: Gabriele Favilli / Twitter: @amarantanews
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