Livorno – Una serata partecipata, coinvolgente, indimenticabile, quella che si è vissuta ieri, giovedì 2 aprile, ai Quattro Mori. In un teatro zeppo come un uovo è stato presentato a Livorno il docufilm “Igor, l’eroe romantico del calcio” diretto da Luca Dal Canto con la sceneggiatura di Alberto Battocchi ed Anita Galvano, incentrato sulla figura di Igor Protti, giocatore simbolo del Livorno ma anche di diverse altre squadre italiane.
Quello che emerge dal film è che in Igor, prima ancora che il calciatore, c’è l’uomo. Il ritratto che esce con forza da questo lavoro del regista livornese Dal Canto è quello di una figura capace di andare oltre i confini di una singola città e di una singola tifoseria per intrecciare rapporti profondi con tutte le realtà calcistiche con cui il giocatore, unico calciatore italiano assieme a Dario Hübner capace di vincere la classifica dei marcatori in Serie A, B e C, è entrato in contatto: dalla natale Rimini alla Bergamo che fu di sponda Virescit, da Messina a Bari, da Roma sponda Lazio a Napoli ed a Reggio Emilia, oltre naturalmente a Livorno. Di ciascuna realtà, infatti, Igor ha saputo incarnare lo spirito della maglia indossata.
Il film restituisce la centralità dell’esperienza livornese, così come la straordinaria importanza di quella barese o messinese, senza tuttavia trasformare queste vicende in racconti esclusivi ed autoreferenziali. La storia livornese di Igor, ad esempio, è fondamentale, ma non esaurisce, non può esaurire, il mosaico della sua carriera. Ogni tappa, come è giusto che sia, nel docufilm è parte di un percorso umano e sportivo a suo modo unico.
La serata ai Quattro Mori si è trasformata in un bagno di folla. Non poteva essere altrimenti. C’erano ex calciatori, amici vecchi e nuovi, semplici sportivi, tanti tifosi. E il perché è presto detto. Protti, senza artifici, è sempre riuscito a stabilire un’identificazione autentica con le comunità che lo hanno accolto, diventando in ogni piazza sportiva un idolo della tifoseria.
Se Protti è stato capace di creare un legame quasi unico nel mondo del calcio, se ha saputo attraversare città e tifoserie senza lasciare dietro di sé tensioni o polemiche, è anche perché, come emerge dal film, quello di Protti era un calcio diverso, forse era anche un’Italia diversa, dove il rapporto tra giocatori e piazze sportive seguiva dinamiche più sincere e meno esasperate. Ciò tuttavia non toglie nulla, anzi aggiunge, al merito di Protti, che ha saputo farsi voler bene in un mondo in cui, proprio perché meno artefatto, era anche paradossalmente più facile non essere apprezzato se non davi tutto, se non gettavi il cuore oltre l’ostacolo, come invece Igor ha sempre fatto riuscendo così a diventare, a seconda dei luoghi, il Principe del Gol, il Re Igor, il Dieci per Sempre, lo Zar.
Un merito del film, in ogni caso, è la sua impostazione. Nato da una matrice locale, si sviluppa in modo non localistico, evitando ogni deriva provinciale ed anzi aprendosi a una dimensione più ampia, universale, dimostrando che quella di Igor Protti è una storia capace di parlare a tutti senza rinunciare alle diverse identità. In fondo, come diceva Francesco De Gregori, “un calciatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.
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