Si è spento Ezio Vendrame, fermò una partita per salutare Piero Ciampi

04.04.2020 23:28 di Marco Ceccarini   Vedi letture
Si è spento Ezio Vendrame, fermò una partita per salutare Piero Ciampi

Livorno - Si è spento oggi, sabato 4 aprile, l'ex calciatore e scrittore Ezio Vendrame, il George Best italiano, mito e simbolo dei ragazzini che s'innamorarono del calcio nei primi anni Settanta. Aveva 72 anni e da tempo era malato di tumore. Ormai non frequentava più il calcio e da un po' si era ritirato anche dalla vita pubblica. Era genio e sregolatezza. Divenne famoso per quel tunnel fatto a Gianni Rivera, icona del Milan e del calcio italiano, nel tempio di San Siro con addosso la maglia biancorossa del Lanerossi Vicenza.

Era nato a Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, il 21 novembre 1947. Casarsa, sul fiume Tagliamento, è il paese in cui Pierpaolo Pasolini visse l'infanzia. A sei anni fu mandato in orfanotrofio. Quell'esperienza, difficile, lo segnò per tutta la vita. Crebbe con un carattere irriverente, scanzonato, l'aria da hippy, ma anche con la gioia di far bene quel che gli veniva naturale, cioè giocare a pallone, inventare dribbling, lanciare l'ultima palla o fare lui stesso il gol che manda in estasi il pubblico.

Ribelle ed anticonformista, acuto e pungente nella sua intelligenza, nell'ottobre del 2019 aveva rilasciato la sua ultima intervista. Alla domanda sul perché si era ritirato non solo dal mondo del calcio, ma anche dalle altre attività sociali, aveva detto, con disarmante sincerità: “Se devo parlare con degli imbecilli, preferisco morire di solitudine”.

Talento vero, spirito libero, amava le donne e da queste era ricambiato. Lo animava la passione per le cose che faceva, se decideva di farle, ma anche la fame di vita da consumare senza rendere conto a nessuno pur sapendo di dover pagare poi il conto. Non arrivò mai ai livelli calcistici del quinto Beatles, ma nei modi e nei comportamenti fuori binario toccò vette non dissimili da quelle raggiunte dal campione di Belfast. Una volta, quando giocava nel Padova, verso la fine di uno scialbo pareggio a reti inviolate, si mise a dribblare tutti i compagni di squadra, portiere compreso, quindi si fermò sulla propria linea di porta e riprese l'azione come se nulla fosse. Un'altra volta, contro l'Udinese, venne preso di mira dai tifosi friulani, lui che era friulano, cosicché lui, prima di battere un calcio d'angolo, indicò a loro, beffardamente, il punto preciso in cui avrebbe segnato direttamente dal corner, cosa che subito fece, dopo essersi soffiato il naso con la bandierina.

Il presidente della Juventus, Giampiero Boniperti, diceva che, piuttosto che a Best, Vendrame somigliava a Mario Kempes, regista dell'Argentina anni Settanta, perché Vendrame non era solo un'ala ma anche un regista, una mezzala, un costruttore di gioco. Ma a Best somigliava anche fisicamente. Come Best inoltre era il miele e il fiele dei suoi allenatori e come Best era capace di vincere da solo una partita ed anche di perderla. Ma soprattutto, come Best, ha vissuto come ha voluto, pagando a caro prezzo questa sua scelta, questo non aver mai “ceduto a nessuno il telecomando della vita”.

Luis Vinicio, allenatore del Napoli, fece di tutto per averlo nella grande squadra che stava allestendo per giocarsi il titolo di campione d'Italia. Convinse il patron del club, Corrado Ferlaino, a prelevarlo dal Vicenza. Ma quando lo ebbe, se ne sbarazzò in fretta, sconcertato del suo estro ingovernabile. Nel Napoli giocò solo tre partite. Eppure entrò lo stesso nel cuore dei tifosi. Tanto che lui, prima di andarsene, volle salutarli a suo modo, salendo sul pallone e sventolando la mano, in un San Paolo in totale visibilio.

Molti aneddoti li ha raccontati lui stesso. Vendrame, infatti, nel 2002 scrisse il suo libro forse più gustoso, tra i vari da lui pubblicati, dal significativo titolo “Se mi mandi in tribuna, godo”, in cui si soffermò su non pochi episodi e aneddoti della sua vita e della sua carriera. L'idea di quel titolo gli fu offerta da un fatto realmente accaduto a Cagliari. Messo fuori squadra da Vinicio, una volta in tribuna, fece amicizia con una hostess napoletana e se la portò, non prosaicamente, nei bagni dello stadio Sant'Elia...

Si dilettava anche con la chitarra e la poesia, suonava l'armonica a bocca ed è stato amico fraterno del poeta e cantautore livornese Piero Ciampi, ma tutto era iniziato sui campi del suo Friuli, in particolare a Udine, dove aveva fatto la trafila nelle giovanili dell'Udinese, prima di approdare alla Spal. Correva l'anno 1967. A Ferrara avrebbe dovuto debuttare in Serie A, ma attriti con il presidente della Spal, Paolo Mazza, non certo smussati dal suo carattere reso spigoloso dalle problematiche familiari e dagli anni del collegio, non solo gli impedirono di raggiungere il debutto, ma lo portarono a giocare in prestito in Serie C nella Torres e nel Siena, prima che la Spal lo cedesse al Rovereto, sempre in C, da dove il patron del Lanerossi, Giussy Farina, andò a recuperarlo al termine di una stagione in cui Vendrame aveva giocato appena nove partite.

Era il 1971 quando Vendrame arrivò a Vicenza. Fu lì che il ragazzo di Casarsa diventò il Best italiano, l'eroe del Menti, il ribelle del Tagliamento. Fu lì che finalmente conobbe la Serie A. Quando decideva che era il momento di far sparire la palla, se la incollava al piede e non la faceva vedere più a nessuno, per farla riapparire sulla testa o sul piede di qualche compagno lanciato a rete.

Nel 1974 il Napoli lo volle ad ogni costo. Ma la grande occasione non fu colta e questa volta, al contrario di quanto era accaduto anni prima con la Spal e il Vicenza, il tram non passò due volte. Nel 1975, ancora nel pieno delle sue capacità tecniche e sportive, Vendrame andò perciò al Padova, di nuovo in Serie C, dove incantò il pubblico intrecciando numeri di alta classe calcistica con comportamenti, dentro e fuori il campo, che con il calcio avevano ben poco a che fare. E' rimasto memorabile quanto fece durante una partita al vecchio Appiani. Si accorse che il suo amico cantautore Ciampi era a bordo del campo. Era la sua anima affine. Si erano annusati al Derby di Milano ed erano diventati come fratelli. Lo accomunavano l'amore per la libertà e per la poesia. Lui allora fermò il gioco, prese la palla e andò a salutare il poeta cantautore giunto inaspettatamente da Livorno.

Dopo due anni passati al Padova, giocò un anno nell'Audace Verona, squadra del quartiere scaligero di San Michele che sul finire degli anni Settanta aveva raggiunto la Serie C, quindi nel Pordenone in Serie D che portò in C, prima di chiudere nei Dilettanti con la Juniors Casarsa, squadra del suo paese natale, dove nel 1981 si beccò la squalifica a vita, poi commutata a tre anni, per aver strappato il fischietto di bocca a un arbitro un po' troppo arrogante.

Deve aver pensato che un tipo così non poteva arbitrare. A uno che aveva avuto il coraggio di rispondere a Boniperti, l'uomo forse in quel momento più potente del calcio italiano che aveva detto che se avesse avuto un'altra testa avrebbe giocato in Nazionale, che "l'azzurro l'ho sempre vestito perché in vita mia ho fatto cosa cazzo mi pare", quell'arbitro deve essere sembrato indegno di tenere il fischietto tra le labbra. La commutazione della squalifica, in ogni caso, gli ha permesso in seguito di allenare, anche se lui ha sempre scelto di allenare i ragazzi "perché più puri".

Oggi che il Best del Tagliamento se n'è andato, che il trequartista artista che una volta si fece intervistare sulla tomba di Pasolini a Casarsa è volato ad incantare gli angeli con il suo estro e la sua stravaganza, è un giorno triste per coloro che amano il calcio romantico e che nel pallone, nonostante tutto, cercano ancora un po' di sana poesia.