Livorno - Si sa che le piccole squadre devono faticare sempre un po’ più delle grandi per affermare, o veder riconosiuti, i propri diritti ed i propri valori. Così, almeno, è da quando il calcio, inizialmente un gioco, si è trasformato prima in uno sport e poi in uno spettacolo sportivo con interessi ed equilibri che proprio sportivi non sono.
Tuttavia, e la cosa va detta subito, nel tempo si è anche sviluppata una sensibilità che non è solo la risposta alle deviazioni e al malcostume imperante nel football, ma pure una prospettiva concreta per risanare il mondo del pallone.
Ma Roma non fu fatta in un giorno e la strada intrapresa da chi vuol ridare al calcio un senso etico e sportivo è ancora lunga ed irta di ostacoli. La dimostrazione è quanto è accaduto nelle ultime settimane al Livorno. Tutto ciò, a nostro parere, deve indurre ad una pacifica ma seria riflessione.
Il Livorno, da quando è iniziato il campionato, ha subito, in modo innegabile, diversi torti arbitrali. Dando per scontato che sono stati il frutto di errori e non di malafede, essi sono comunque costati al Livorno almeno quattro o cinque punti in classifica. I dati, più o meno, sono questi.
Ieri il Torino si è presentato all’Ardenza dopo aver subito anch’esso alcuni torti e dopo essersi lamentato con forza dei punti persi per strada. Anche per il Toro, come per il Livorno, i fatti sono innegabili.
Durante il match, pareggiato dai granata su rigore a tre minuti dalla fine, l’attaccante amaranto Emeghara è stato ammonito per simulazione quando invece aveva subito un fallo e il secondo gol del Torino è sembrato molto simile a quello che la squadra piemontese aveva preso dall’Atalanta, per il quale Ventura si era lamentato a lungo.
Al contempo il Livorno, prima di ieri, si era visto assegnare contro in modo allegro un rigore a Verona, fischiare contro due penalty in casa contro la Sampdoria ed anche squalificare con la prova televisiva un giocatore che neanche era diffidato, Siligardi, perché aveva bestemmiato dopo aver sbagliato un gol a Bologna. Per tutto questo il Livorno, anche per regola interna, non aveva sollevato polemiche.
A fine gara l’allenatore del Livorno, Nicola, ha detto che a lui, però, una certa subcultura che sta dentro a questo calcio, ovvero la cultura del dico una cosa e poi ne faccio un’altra, non piace affatto. E non piace, ha precisato, perché è inaccettabile che si parli di fair play, di etica, di lealtà e di rinuncia alla polemica, se poi non vi è coerenza. In che senso? Nel senso, interpretando Nicola, che non si può predicare bene e razzolare male, perché non si possono fare incontri con capitani ed allenatori delle squadre, sostenere belle iniziative, se poi, quando si subisce un torto, ci si scatena contro avversari ed arbitri senza ritegno. O meglio, se ci si scatena contro avversari ed arbitri quando si ha ragione, si deve poi avere il coraggio di ammettere che in altre occasioni si può essere anche stati favoriti.
Eppure le parole di Nicola, semplici ma forse per questo così taglienti, sono state fraintese. Cosicché, da gran parte dei media che si occupano di calcio e di sport, sono state ricondotte e ridotte a una presunta polemica con il tecnico del Torino, Ventura, mentre Nicola, secondo noi, voleva solo dire che chi è favorito deve avere il buonsenso di riconoscere che è stato favorito, così come deve saper rendere merito agli avversari.
Se si vuole un calcio diverso, bisogna iniziarlo a costruire. E bisogna costruirlo con i fatti, non con le parole. Altrimenti, ripetiamo, è tutto inutile parlare di fair play e di correttezza, di un calcio nuovo e diverso da far crescere e sviluppare.
Quando un addetto ai lavori polemizza in modo sterile o strumentale, nel momento in cui ciò risulta evidente, non dovrebbe veder amplificata la voce, perché l’effetto che si produce, quando si amplificano le eccessive lamentele, è che le squadre che, casualmente, si trovano ad incriociare quelle che hanno appena fatto la voce grossa, si trovano puntualmente a dover pagare una sorta di dazio all’altra squadra come risarcimenti dei torti subiti. Questo avviene, ovviamente, perché il calcio è drogato dai media e dagli interessi economici e non è più solo e soltanto un fenomeno sportivo.
Al Livorno, in definitiva, è accaduto questo. Alcune squadre che ultimamente hanno giocato contro la formazione amaranto sono arrivate al match come se avessero qualcosa da pretendere, come se dovessero ottenere una sorta di risarcimento per le ingiustizie patite, e di tutto questo il Livorno ne ha fatto in qualche modo le spese.
Il discorso, sia chiaro, va al di là del Torino e del suo allenatore. Anzi, siamo convinti che nel mirino del Livorno, in queste ore, non c’era e non c’è un evento specifico, non tanto la partita di ieri, bensì una serie di atteggiamenti, anomali però emblematici, che negli ultimi tempi sono capitati alla squadra di Nicola. Per questo la società di via Indipendenza ha alzato le antenne ed i tifosi amaranto la voce. Se si vuole far recuperare al calcio il suo senso originario, la sua essenza di sport e di sana competizione agonistica, bisogna reintrodurre nel mondo che lo circonda il buonsenso e l’equilibrio, la coerenza come elemento fondante del movimento sportivo, a cominciare dalla consapevolezza che le regole non possono che essere uguali per tutti.
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