Livorno – Il calcio è malato, il calcio non è più come una volta. Sembrano frasi ormai fatte, sullo stile del “non esistono più le mezze stagioni”. Talvolta ce ne dimentichiamo, travolti dalla passione e dall’amore per questo meraviglioso gioco, che resta, sempre e comunque, il più bello del mondo; spesso inganniamo noi stessi, facendo finta che... Poi, però, puntuale arriva l’episodio che ti costringe a fermarti ed a riflettere, e allora è giusto chiedersi se vale la pena spendere i nostri soldi, il nostro tempo, le nostre energie, per seguire le vicende annesse e connesse a ventidue uomini che corrono dietro a un pallone.
Quanto successo domenica scorsa a Salerno è allucinante. Perché non ci si può trincerare dando sempre la colpa ai soliti cinquanta stupidi, che poi cinquanta non sono. Perché attorno a quanto è accaduto prima, durante e dopo la partita di Lega Pro fra Salernitana e Nocerina, ci sono anche dirigenti, calciatori, allenatori, persone che hanno cariche importanti nel mondo dello sport e della politica, locale e nazionale. Situazioni che ogni giorno sono sotto gli occhi di molti, se non di tutti, che quando poi vengono alla luce del sole danno il via alla triste e patetica sfilata di ipocrisia di chi non aspetta altro per gridare alla lesa maestà e per mostrare quanto sia bravo a stracciarsi le vesti.
L’esperienza, purtroppo, ci insegna che c’è sempre stata connivenza tra calcio ed affari, più o meno sporchi, tra calcio e delinquenza, più o meno spicciola, tra calcio e malavita, più o meno organizzata. Ma quando succedono episodi così gravi ed evidenti, chi ama questo sport non può fare a meno di sentire una fitta forte al cuore.
Il calcio è cambiato, perché è cambiato il mondo. Nei mitici anni Settanta ed Ottanta il patito del pallone o andava allo stadio o si incollava alla radiolina per sentire Tutto il Calcio Minuto per Minuto, poi aspettava il tardo pomeriggio per vedere in tivù 90° Minuto ed a seguire la differita di un tempo della più importante partita della giornata, per poi concludere con la visione della Domenica Sportiva. E tutto questo, per chi aveva la fortuna di tifare per una squadra di serie A o al massimo per una di serie B, perché per chi aveva a cuore le sorti di una squadra dalla C in giù, spesso, il risultato delle partite in trasferta lo si apprendeva andando a vedere se sul pennone del chiosco nella piazza più importante della città era stata o meno issata la bandiera. Il che significava che almeno il pareggio era stato portato a casa.
Tutte le partite si giocavano di domenica pomeriggio e il fischio d’inizio seguiva l’alternarsi delle stagioni e il passaggio dall’ora legale a quella solare e viceversa. Oggi tutto è rigorosamente “live”, per ogni turno di campionato c’è lo spezzatino, le partite si giocano in giorni ed orari assurdi, come la domenica alle 12.30 o il lunedì alle 20.45, le telecamere delle tivù digitali e satellitari entrano negli spogliatoi poco prima del calcio d’inizio e nessuno pensa più che sia come profanare un luogo sacro.
Accettiamo tutto, però, perché se non ci fosse tutto questo il calcio forse oggi sarebbe già morto e perché altrimenti nella vita di tutti i giorni dovremmo ostinarci a continuare ad andare a cavallo anziché spostarci in auto o con lo scooter. Ma non abituiamoci! Prendiamo atto di avvenimenti come quello di Salerno, ma non smettiamo mai di indignarci; continuiamo a vedere le partite in diretta tivù dal salotto di casa, ma non perdiamo il gusto di andare allo stadio con la sciarpa e la maglia dei colori della squadra del cuore. Ammettiamo che in nome dello spettacolo e del business si debba convivere con un calcio malato, ma sforziamoci di esserne al massimo portatori sani, cercando di salvare il salvabile senza essere noi stessi ad infliggere il colpo mortale.
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