Livorno – Seconda parte della nostra intervista a Guglielmo Mazzetti (giornalista professionista e voce storica del calcio perugino, ndr) che, alla vita e alla carriera del padre Guido, ha dedicato un intero libro, recentemente pubblicato: “il sor Guido Mazzetti la sua vita, il suo calcio”.

Tuo padre fu ingaggiato dal Livorno nell’estate del 1962 e rimase in riva al Tirreno per tre stagioni, dal 1962/1963  al 1964/1965: cosa ricordi di quelle annate?

Guido Mazzetti arrivò a Livorno nell’estate del 1962 su iniziativa di Spartaco Busoni, che svolgeva i compiti di direttore sportivo e che aveva visto giocare il suo Perugia, e accettò con grande entusiasmo il progetto tecnico che gli fu sottoposto: centrare la promozione nel giro di due stagioni; andando a Livorno, aveva l’occasione di sposare l’intraprendenza di una società ambiziosa e di provare a riconquistare la serie B a girone unico che, fino ad allora, aveva conosciuto soltanto a Parma, nelle vesti di allenatore. Presidente di quel Livorno era il Commendatore Arno Ardisson, il quale si affidava principalmente al citato Busoni e al Dr. Gino Romano, che era il Vice Presidente della società e svolgeva i compiti di direttore generale.

Nel tuo libro, affermi che a Guido Mazzetti fu consentito di avere voce in capitolo sulla campagna acquisti e di costruire una squadra che rispondesse alle sue esigenze di tecnico…

Esattamente, la società amaranto ebbe la saggezza di consentire a mio padre di costruire la “sua” squadra, il che lo agevolò nel difendere a spada tratta i “suoi” giocatori nei momenti di difficoltà. Nel giro di poche settimane, arrivarono elementi del calibro di Virgili (il “Pecos Bill” del calcio italiano), Balestri, Cartasegna, Caleffi e Colombo, senza contare la presenza in rosa dei vari Bellinelli, Lessi e Varljen: in altre parole, in poco tempo si andò formando l’ossatura di una squadra che, nell’arco di un triennio, sarebbe stata capace di conquistare un secondo posto in serie C, una promozione e una salvezza in serie B.

Quali erano i tratti caratterizzanti del Guido Mazzetti allenatore, dal punto di vista tecnico e umano?

Nella sua carriera di allenatore, Guido Mazzetti fu sempre considerato un grande innovatore, favorito in questo dalla giovane età in cui aveva intrapreso la professione (a 30 anni, era allenatore – giocatore del Siracusa, ndr): tendenzialmente, schierava quello che più tardi sarebbe stato definito un “centrocampo a rombo”, con Caleffi regista arretrato, Ribecchini sulla trequarti e due esterni alti pronti ad innescare i due centravanti Virgili e Cartasegna. Era molto apprezzato sia dai giocatori che allenava sia dai colleghi allenatori perché univa caratura umana e conoscenza tecnica: sapeva trovare la chiave psicologica per far rendere al meglio ogni giocatore e, al tempo stesso, conosceva dal primo all’ultimo ogni giocatore avversario.

Dopo un avvio in sordina, il Livorno di Guido Mazzetti seppe fare breccia nel cuore e nell’animo dei tifosi livornesi, arrivando a sfiorare la promozione in serie B già nel corso della sua prima annata: cosa ricordi della stagione 62/63?

Ricordo un avvio di campionato complicato con tre soli punti raccolti nell’arco delle prime cinque giornate, ma, con il trascorrere delle settimane, quella squadra fu in grado di scalare rapidamente la graduatoria fino a sconfiggere il Prato capoclassifica all’Ardenza per 1-0 e a portarsi a cinque punti di distanza dalla stessa formazione toscana: quel giorno – era il 31 marzo 1963 - la tifoseria amaranto si sentì per la prima volta in grado di conquistare la promozione e mio padre uscì dal campo portato in trionfo dai propri giocatori davanti ad un pubblico in delirio. Quell’episodio, ritratto in numerose fotografie, fu tanto bello quanto effimero perché la fondamentale vittoria casalinga contro il Prato fu seguita da una cocente sconfitta interna contro il Perugia, che raffreddò le ambizioni amaranto, ma testimonia il legame che quella squadra e quell’allenatore erano riusciti a creare in poco tempo con la piazza di Livorno.

Cosa mi dici invece dell’anno della promozione in serie B, la stagione 1963/1964?

Quel Livorno compì una magnifica cavalcata dalla prima all’ultima giornata e conquistò la promozione con una domenica d’anticipo, pareggiando ad Arezzo per 0-0 il 17 maggio 1964: in quell’annata, il Livorno di mio padre non ebbe una vera e propria avversaria, ma seppe uscire fuori alla distanza grazie ad un rendimento sempre molto alto e costante. Soltanto nelle ultime giornate di campionato arrivò qualche sconfitta, ad esempio in casa dell’Empoli, che rese meno eclatante la classifica di quella squadra.

Nel tuo libro, caro Guglielmo, non perdi occasione di testimoniare il tuo amore profondo per Livorno, forse la città che più ami in Italia dopo la natia Perugia: che ricordi hai di quella tua permanenza in terra toscana?

Furono per me anni intensi e indimenticabili, quelli trascorsi a Livorno: quando arrivai a Livorno avevo 18 anni e credevo ancora di poter diventare un giocatore di buon livello e me ne andai soltanto quattro anni dopo, rimanendo a giocare nella formazione De Martino degli amaranto anche nella stagione successiva a quella dell’esonero di mio padre. Nel 1962, riuscii ad ottenere che il Perugia mi lasciasse andare in prestito gratuito al Livorno per giocare nella formazione De Martino, una squadra iscritta al campionato De Martino, appunto, un campionato che si disputava allora tra squadre iscritte al campionato di serie A e al campionato di serie B, suddivise su base territoriale. Nella mia esperienza livornese, non riuscii mai a scendere in campo con la prima squadra allenata da mio padre: mister Mazzetti, infatti, era molto severo con me. Criticava la scarsa professionalità con cui portavo avanti i miei allenamenti, soprattutto dal punto di vista atletico, prevedeva per me un futuro di calciatore tutto sommato assai mediocre e mi ripeteva sempre: “Come faccio a mandarti in campo? Io sono tuo padre e non voglio che si pensi che tu giochi soltanto perché sei mio figlio: per poterti mandare in campo, mi dovrai dimostrare di giocare dieci volte meglio del calciatore che sta in campo nel ruolo corrispondente al tuo”. Fu così che non giocai praticamente mai in prima squadra e dovetti accontentarmi di disputare onesti campionati nella formazione De Martino sotto la guida di Dino Bonsanti, uomo buono e grande lavoratore: di quei quattro anni livornesi, a livello sportivo, mi rimane la soddisfazione di aver calcato alcuni dei più importanti terreni di gioco del nostro campionato (Roma, Bologna, Genova, Firenze, Palermo, etc.) e di essere stato compagno di squadra di giocatori che hanno avuto una grande carriera: uno su tutti, Rossano Giampaglia.

Nella stagione 1964/1965, sebbene la squadra stesse conducendo un campionato tutto sommato in linea con le aspettative, Guido Mazzetti fu esonerato dopo 17 partite: come andò quella vicenda?

Quell’esonero ha rappresentato per mio padre un grave motivo di rammarico e di insoddisfazione: fu esonerato dopo aver perso per 1-0 in casa del Trani, contro una diretta concorrente per la salvezza. Eppure quel Livorno, grazie a grandi partite, seppe imporre il pareggio o addirittura la sconfitta ad alcune delle squadre più titolate di quel campionato, battendo il Lecco primo in classifica all’Ardenza e dividendo la posta con Brescia, Napoli (al San Paolo) e Spal. Guido Mazzetti aveva la squadra in pugno e più di un intero girone per tirare fuori il Livorno da una situazione di classifica tutto sommato rimediabile, ma probabilmente pagò l’andamento altalenante contro le dirette concorrenti per la salvezza.

Il 1976, invece, fu l’anno del grande ritorno di Guido Mazzetti a Livorno, a distanza di 12 anni dall’esonero subito in seguito alla sconfitta rimediata a Trani: non è vero?

Sì, nel 1976 mio padre era ormai un allenatore affermato e noto per la sua grande personalità: pur di tornare a Livorno e provare a cancellare l’onta dell’esonero patito alcuni anni prima, decise di rifiutare la corte serrata del presidente del Taranto, che lo voleva ancora con sé in serie B, e ascoltò le sirene del presidente Corasco Martelli, che lo impose sulla panchina del Livorno per provare a dare la scalata alla serie B.

Che tipo di stagione fu la stagione 1976/1977?

Fu una stagione altalenante, piena di alti e bassi: dopo un certo numero di giornate, mio padre si accorse che la squadra allestita in estate era stata sopravvalutata e non sarebbe stata in grado di centrare l’obiettivo della promozione in serie B e dovette fare buon viso a cattivo gioco, ottenendo alcuni acquisti in sede di mercato di riparazione. Arrivarono anche prestazioni interessanti e ben tre vittorie in altrettanti derby contro il Pisa, tra campionato e Coppa Italia, senza contare l’esordio in prima squadra di Miguel Vitulano, attaccante italoargentino che proveniva dal Perugia e che so essere poi diventato un vero e proprio idolo della tifoseria amaranto. Tuttavia, il clima intorno alla squadra era alterato dalla presenza in rosa di Riccardo Martelli, figlio del presidente Corasco, non tanto per il valore del giocatore, ma per il fatto che i comportamenti del presidente lasciavano intendere che avrebbe voluto vedere il proprio figlio sempre in campo.

Mazzetti aveva capito che avrebbe potuto pagare con l’esonero lo scarso impiego di Riccardo Martelli?

Eccome se lo aveva capito: ma aveva il carisma e la personalità giusta per non farsi imporre scelte tecniche che non condivideva, tant’è che, prima di essere esonerato, convocò una conferenza stampa in cui affermò pressappoco questo concetto: “Se schiero in campo Martelli vado contro la tifoseria, ma se non schiero in campo Martelli vado contro il Presidente: io non ho niente contro Martelli e vado avanti per la mia strada. Probabilmente, salverò la panchina solo se riuscirò a vincere con Martelli in campo, ma io devo fare gli interessi di un’intera squadra e non di un solo giocatore”. Come andò a finire lo sappiamo tutti: Mazzetti vivacemente contestato dalla tifoseria dopo un pareggio interno contro la Viterbese ed esonerato dopo una sconfitta a Giulianova alla 17a giornata (2-1 il risultato finale).

C’è un aneddoto che, più di altri, segna il rapporto di tuo padre con la piazza di Livorno?

Sicuramente, ce n’è uno più appariscente di altri: tre anni dopo la promozione in serie B ottenuta nel 1964 alla guida del Livorno, mio padre raggiunse identico risultato alla guida del Perugia e, in occasione della partita decisiva disputata al Santa Giuliana contro la Sambenedettese, era presente una delegazione di venti tifosi del Livorno venuti dalla città toscana per festeggiare insieme a mio padre il lieto evento.

Guglielmo, ho un’ultima domanda per te: quanto tempo è che non torni a Livorno?

Non molto, sono tornato nel novembre del 2014 per assistere all’ultimo confronto di campionato tra Livorno e Perugia (0-0 il risultato finale, ndr) e ho trovato un clima allo stadio molto diverso da quello che avevo lasciato: se penso che il Livorno di mio padre giocava dentro un impianto sempre pieno, non riesco a credere come sia stata possibile una simile trasformazione. (2-segue)          

    

 

Sezione: Altro Calcio / Data: Sab 09 gennaio 2016 alle 23:27
Autore: Gianluca Andreuccetti
vedi letture