Livorno – Qui di seguito, riportiamo il discorso integrale che un emozionatissimo Igor Protti ha proferito all’interno della sala del consiglio comunale nel ricevere la Livornina d’Oro, la più alta onorificenza che il Comune di Livorno possa dare e che, in passato, era stata riconosciuta, tra gli altri, allo scrittore livornese Giorgio Caproni, al presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, allo scrittore livornese Carlo Coccioli, a Gaetano D’Alesio, al sindaco Furio Diaz, al presidente del Sudafrica Nelson Mandela, al presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Giovanni Spadolini, al rabbino capo Elio Toaff, a Luciano Vizzoni, ai principi Carlo e Diana d’Inghilterra, al sindaco di Bat Yam, ai familiari di Ilio Barontini, al club schermistico Fides, alla Brigata Folgore, alla storica Compagnia Portuale, alla società calcistica del Livorno e in memoria di Gino Strada.
“Parto da molto lontano – ha esordito Protti - questa è una giornata speciale, ma è una giornata che comincia quaranta anni e sei mesi fa; quaranta anni e sei mesi fa, in una cucina di una casa di Rimini, dove un ragazzino di diciassette anni con il suo babbo, la sua mamma e la sua sorella a tavola, si sente dire «Igor - allora giocavo nel Rimini - sei stato venduto al Milan, però ti chiedono se preferisci andare al Milan a fare la Primavera o andare al Livorno che fa la Serie C»”.
“Io, da ragazzino che aveva sempre fatto le giovanili fino a quel momento – ha proseguito l’ex attaccante di Bari, Lazio e Napoli - avevo voglia di confrontarmi con gli adulti e ho detto «vado al Livorno»; sinceramente, non vi nascondo che di Livorno non conoscevo niente se non che fosse una città sul mare, quindi per me, comunque, era una discriminante non da poco, visto che per chi nasce sul mare avere il mare vicino è una cosa assolutamente fondamentale: sono arrivato ed è scoccata una scintilla nel senso che in quei tre anni, dal 1985 al 1988, sono stato accolto con affetto, mi hanno chiamato “il bimbo” forse anche per la mia provenienza perché, anche se dall’altra parte dell’Italia, però, il popolo romagnolo è un popolo accogliente un po’ come il popolo livornese, quindi credo che questo ci abbia accomunato immediatamente, e questa scintilla mi ha portato a innamorarmi di questa città, di questa squadra e di questa gente”.
“Poi, dopo tre anni, mi son sentito dire che dovevo andare via perché la società era in difficoltà e aveva bisogno dei soldi della cessione e, quindi, andai alla Virescit Bergamo; infatti, poi, il Livorno fece un anno con i soldi della mia cessione e l’anno dopo, purtroppo, arrivò il fallimento: però, feci una promessa alla gente di Livorno e a me stesso che un giorno sarei tornato per cercare di dare una mano a questa città per ritornare in un calcio più importante, in un calcio che sicuramente meritava”.
“Quel ragazzino ha girato un po’ l’Italia ed è diventato un uomo: nel frattempo, ha avuto due meravigliosi figli e ha avuto la fortuna di fare una carriera anche molto più importante di quella che si aspettava fino ad arrivare addirittura ad essere capocannoniere del campionato di Serie A, cosa che non avrei mai pensato e sperato; ma solo tre anni dopo la vittoria della classifica dei cannonieri, nel 1999, dentro quell’uomo gli viene in mente la promessa fatta e quindi, nel 1999, prende la macchina, va a Genova da Spinelli e chiude il contratto così come vuole lui, senza fare trattative perché trattative non se ne potevano fare, e se volevo giocare nel Livorno, quello comunque doveva andare bene: e lì, quella scintilla in quei cinque anni è diventato fuoco, è diventato fuoco che ha forgiato l’acciaio che, secondo me, è quel patto che ci lega, quel filo che ci lega ormai da tantissimi anni anche se ne son passati più di venti da quando ho smesso: in quegli anni, abbiamo vissuto momenti difficili, momenti straordinariamente belli grazie anche a tante persone che sono qui in questa sala questa sera e, però, anche nei momenti difficili ci siamo sempre stretti e nei momenti in cui abbiamo avuto anche delle idee diverse, le abbiamo sempre affrontate con grande rispetto e con grande stima reciproca”.
“E, quindi, in quegli anni lì si è creata quella cosa che ancora oggi dura; poi, dopo ci sono stati gli anni da dirigente, va bene, però diciamo che questa onorificenza che è il massimo che potessi avere - approfitto anche per ringraziare perché, nel 2006, ho avuto la cittadinanza onoraria per cui, moralmente, sono livornese a tutti gli effetti - e vi ringrazio ancora di cuore, ma questa onorificenza è straordinariamente importante, la più importante di tutte, racchiude quaranta anni della mia vita e, quindi, nel “grazie” infinito che è una parola piccola che a volte si usa anche abbastanza facilmente senza dargli grande importanza, se non per gentilezza, ma nel mio "grazie" c'è veramente di tutto: rispetto, stima, affetto, amore e un grande senso di responsabilità per il futuro, per esserne sempre all’altezza anche in onore vostro: grazie!” ha concluso.
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