Piacenza – È Luis Fernando Centi l’illustre doppio ex della sfida di mercoledì pomeriggio tra Como e Livorno allo Stadio Piola: l’ex centrocampista amaranto, nato a Savona il 16 settembre 1976, raggiungerà in settimana il traguardo dei 40 anni, ma noi non lo abbiamo chiamato per fargli gli auguri in anticipo, bensì per farci raccontare da lui la “sua” Como – Livorno, dal momento che era in campo allo Stadio Sinigaglia in quel lontano 17 giugno 2001, rimasto scolpito nella memoria dei tifosi amaranto:
Hai conosciuto tutte le categorie del professionismo italiano, dalla C2 alla serie A, ottenendo anche tre promozioni in massima serie: eppure, alla soglia dei 40 anni, sembra che tu non abbia alcuna intenzione di smettere. È vero che giochi ancora?
Giocare a calcio mi ha sempre divertito e mi diverte ancora, anche se sto per compiere 40 anni, per cui milito in una formazione di Prima Categoria della provincia di Piacenza, la Nuova Spes Borgotrebbia, e alleno i Giovanissimi 2003 della medesima società.
Il Presidente dell’U.S.D. Sannazarese (Prima Categoria Emilia Romagna) ci ha raccontato come il tuo apporto sia stato determinante ai fini della promozione dalla Seconda Categoria: sei arrivato a dicembre ed hai cambiato volto alla squadra, fornendo un apporto determinante alla tua compagine. È andata veramente così?
Salire di categoria non è stato così semplice come lo dipingi tu perchè abbiamo avuto bisogno dei playoff per aggiudicarci il campionato: ciononostante, posso dire di aver dato il mio bel contributo al raggiungimento della promozione finale. Ero arrivato lì con entusiasmo grazie ad un collaboratore del presidente che mi aveva fortemente voluto.
Ieri il tuo coetaneo Francesco Totti ha deliziato la platea dello Stadio Olimpico, ma tu stesso, quando eri a Treviso, avevi come compagni di squadra due splendidi quarantenni del calibro di Marco Ballotta e Massimo Carrera: qual è il segreto per continuare a giocare ad altissimi livelli anche alla soglia dei quaranta?
Il segreto sta nelle doti fisiche che madre natura ci ha dato e nella professionalità che ognuno di noi mette nel lavoro quotidiano: elementi come Ballotta, Carrera e Totti sono innanzitutto delle grandi persone e, conseguentemente, dei grandi atleti. Per quanto riguarda Carrera, la sua esperienza da allenatore al seguito di Antonio Conte è lì a dimostrarlo, ma lo stesso Francesco Totti, che non ho il piacere di conoscere e contro cui non ho mai giocato, è famoso nell’ambiente per la maniera in cui cura la propria forma fisica.
Hai vestito la maglia del Livorno, la squadra della tua città, in uno dei momenti più belli della sua storia ultracentenaria: quali sensazioni ti suscita il ricordo della maglia amaranto?
Ho la pelle d’oca soltanto a parlarne: vivere l’apice della mia carriera calcistica a Livorno, a 30 anni, debuttando in serie A con la maglia della squadra della mia città, era quanto di meglio potessi augurarmi. Non posso dimenticare quando la domenica andavo allo stadio in curva, attendendo sin da mezzogiorno il fischio d’inizio della partita: il Livorno si barcamenava tra la serie C1 e la serie C2, ma il ricordo di quei pomeriggi è tuttora fortissimo.
In quella squadra, era la stagione 2005/2006, totalizzasti 8 presenze con Donadoni allenatore, ma, al termine del girone di andata decidesti di mollare tutto e di approdare a Bergamo: rifaresti ancora quella scelta?
Probabilmente no, ma ti spiego brevemente perché scelsi di andare via da Livorno: ero alla mia prima stagione di serie A e, in tutta sincerità, pensavo di meritare qualcosa in più del trattamento che mi stava riservando Donadoni che, da un certo punto in poi, cominciò a non impiegarmi più con la stessa frequenza di inizio campionato. Andare a Bergamo, ai miei occhi, era l’occasione per riguadagnare il posto da titolare in una squadra candidata alla serie A e per avvicinarmi a casa, dato che io vivo a Piacenza e mia moglie stava per partorire. Tornando indietro non rifarei quella scelta.
Quando andasti via, avevi già la sensazione che in quella squadra e in quella società qualcosa si sarebbe rotto e Donadoni avrebbe lasciato la guida tecnica degli amaranto?
No, assolutamente no: non c’erano avvisaglie di alcun tipo. Quella era una squadra molto forte e molto coesa, a cominciare dal Mister Roberto Donadoni, che non smetterò mai di ringraziare, e dal gruppo storico (Lucarelli, Balleri, Vargas, Grandoni, Galante, etc), un manipolo di giocatori che esercitava una grande presa su chi, come me, proveniva da una categoria inferiore. Quando andai via io, la squadra era sesta o settima in classifica: avevamo vinto a Udine, a Palermo, a Genova con la Sampdoria…
Conosci molto bene il campionato di terza serie per averlo affrontato a più riprese con le maglie di Carpi, Varese, Como, Lumezzane e Spal: è vero oppure o no che è un campionato diverso da tutti gli altri?
Ti confesso che, in questa fase della mia vita, sto seguendo poco il calcio giocato sia in televisione sia sui terreni di gioco: stando a quanto mi viene raccontato e a quanto vedo qui a Piacenza, il campionato di terza serie è leggermente sceso di qualità, trasformandosi in una sorta di campionato primavera arricchito da un ristretto numero di giocatori di una certa esperienza, per cui diventa fondamentale scegliere i giovani giusti da affiancare ad uno zoccolo duro, formato da elementi di esperienza e di qualità.
Limitando l’analisi alla sola serie C1, hai affrontato il Livorno da avversario in ben 7 partite e vestivi la maglia del Como in occasione della finale playoff del 2001: cosa ti viene in mente, ripensando a quel match?
Innanzitutto ricordo che, in occasione dell’incontro di andata, la partita fu condizionata da un vento spaventoso e che gli amaranto avrebbero meritato di concludere sul risultato di due o tre a zero; al ritorno, invece, ricordo il riscaldamento sotto la curva occupata dai tifosi del Livorno e che, alcuni ragazzi che conoscevo, richiamavano la mia attenzione in attesa dell’ingresso in campo. Fu una partita particolare per me e sarei stato comunque contento, indipendentemente dal risultato finale: essendo nato a Savona, non tutti sanno che io ho sempre vissuto a Livorno e mi sento livornese dentro.
Nella scorsa stagione, Como e Livorno militavano entrambe in serie B ed entrambe sono retrocesse: quanto è dura, secondo te, per una piazza e una società, risollevarsi dopo un risultato del genere?
Risollevarsi dopo una retrocessione non è mai facile: molto dipende dall’entusiasmo che, nel breve o nel medio periodo, la squadra e la società riescono a creare nei confronti della piazza. Siamo solo ad inizio campionato e credo che la scintilla possa ancora scattare.
Sulla panchina del Como, reduce dal blitz in casa della Giana Erminio, siede il tuo ex compagno di squadra Fabio Gallo: si vedeva che poteva fare l’allenatore già quando era giocatore oppure no?
Sono contento per lui e per la carriera che sta facendo: in campo, era il classico uomo d’ordine impegnato a gestire il traffico davanti alla difesa e non era difficile pronosticare per lui una carriera da allenatore.
Como e Livorno sono entrambe reduci da una vittoria: il Como è andato a vincere a Gorgonzola in casa della prima in classifica, mentre il Livorno ha sconfitto la Carrarese fanalino di coda. Che partita ti aspetti?
Non credo che la partita si disputi dinanzi al cosiddetto “pubblico delle grandi occasioni”: il turno infrasettimanale, l’orario pomeridiano ed il campo neutro non sono proprio condizioni ottimali per invogliare la gente ad andare allo stadio. Mi aspetto una partita tra due squadre che abbiano una gran voglia di superarsi e che siano desiderose di disputare un match ed un campionato all’altezza della storia e del blasone delle loro rispettive tifoserie: non mi meraviglierei di vedere un pareggio con tanti gol tra le squadre di Gallo e Foscarini.
Ti senti di lanciare un messaggio alla piazza livornese, alla luce del fatto che la stagione si preannuncia lunga e irta di difficoltà?
Una piazza come Livorno non può stare in Lega Pro: sta alla società e alla squadra attirare il pubblico dalla propria parte. A Livorno basta poco per ricreare entusiasmo e fare in modo che la tifoseria riabbracci la propria squadra: sono sufficienti tre o quattro vittorie di fila ed un undici che giochi bene e dia tutto per la maglia. Del resto, Livorno è una piazza che dà tanto e che pretende tanto, che è sicuramente rimasta scottata dalle due retrocessioni in tre anni e che non può vedere di buon occhio la presenza del Pisa in serie B.
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