Livorno – Se qualcuno ci avesse detto che un giorno avremmo visto la nostra squadra del cuore scendere in campo accompagnata dalla Marsigliese al cospetto di un Drapeau Français adornato a lutto avremmo sorriso incapaci di immaginarne l’assurdo motivo. Tantomeno avremmo creduto di poter vivere una nottata come l’ultima scorsa cercando di capire chi o cosa potesse aver scatenato una barbarie per la quale ogni aggettivo qualificativo è inadeguato. Ed invece, proprio in questa atmosfera surreale frammista di orrore e compassione, con tutti i sentimenti dispersi in uno dei tanti quartieri parigini straziati dalla follia omicida, abbiamo assistito all’anticipo della 13esima giornata. Pur senza volerlo, Livorno-Vicenza ha perso tutta l’importanza che gli interessati gli avrebbero riservato in un sabato normale. Anche se, in ultima analisi, all’indomani di una tragedia di tale portata, giocare a calcio, parlarne e scriverne è un atto di coraggio indispensabile per sfuggire alla bestialità alla quale quel qualcuno o quel qualcosa vorrebbe condannarci per sempre.
Il primo tempo con il Vicenza è una copia leggermente più colorita del secondo di Vercelli. La ristampa è impreziosita da una maggiore e migliore creatività, vigore agonistico, iniziative dei singoli e la sostanziale coscienza di gruppo dei tempi migliori. In altre parole si vede giocare. Ad intervalli piuttosto regolari si registrano azioni e conclusioni rilevanti, slanci volontaristici e azioni difensive fluide. L’unico vero pericolo viene sventato dal braccio tatuato di Pinsoglio al 40° su calcio piazzato dai trenta metri. Ci sono tanti errori, da una parte e dall’altra, ma non si rischia la narcolessia come già successo nelle ultime uscite. Il Livorno dimostra di aver coraggio.
La ripresa è una girandola di gol regolari e non, sostituzioni azzeccate e non, cartellini gialli e rossi meritati e non, che determina un 2 a 2 sostanzialmente legittimo. Un risultato positivo figlio di una prestazione che, paragonata a quella del Piola di sette giorni fa, sa tanto di partita perfetta; più che altro per quanto dimostrato in campo dal punto di vista caratteriale. Il prezzo pagato per le disattenzioni, oggi e in altre occasioni, è in effetti troppo alto ma c’è poco da recriminare. I problemi rimangono, questo è fuori dubbio. C’è ancora molto da lavorare in tutti i reparti, sui cali di tensione, sulle sbavature nell’impostazione e negli alleggerimenti. Sui malintesi cronicizzati e sulle inesattezze nelle trame, sulla cura dei calci piazzati e sulle rimesse laterali. Sulla gestione del risultato e delle reazioni emotive nella trance agonistica. C’è da eliminare la leziosità a beneficio della concretezza, l’apparenza a beneficio della sostanza. L’età media dei nostri calciatori è una delle più basse del campionato, i margini di miglioramento sono infiniti. L’amore cieco e incondizionato fa cantare la Nord per tutti i 96’ di gioco.
Quando il signor Fabio Maresca di Napoli fischia la fine si consuma un terzo tempo partecipato ma evidentemente dimesso. Ed allora si ripiomba nello sconforto che le cronache continuano a procurare a qualche ora di volo da qui.
Il calcio come metafora della vita è una figura retorica ormai scontata e banalizzata, ad uso e consumo di chi se ne capisce poco, sia dell’uno che dell’altra pur non avendone nessuna consapevolezza. Seppur inflazionata, però, torna di grande attualità alla luce di quanto accaduto nelle ultime ventiquattro ore, sui campi di calcio e nelle strade del mondo. Per andare avanti, nel calcio e nella vita ci vogliono forza e coraggio. E allora forza e coraggio.
Autore: Emilio Guardavilla / Twitter: @amarantanews
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