Latina – A seguito del cambio alla guida tecnica la 16esima giornata diventa un punto cruciale della stagione di questo Livorno. Dopo il brillante avvio e la deprimente prosecuzione del torneo è arrivato il momento di capire quali siano gli obiettivi ragionevolmente conformi alle qualità della squadra. La trasferta non è delle più agevoli, il Latina è invischiato fino al collo nella bagarre play out e non è in vena di fare sconti a nessuno. Da poco più di un mese siede in panchina un latinense purosangue, chiamato in causa, il 2 novembre, per risollevare le sorti di una classica impietosa e trasformarla in una salvezza più rapida possibile. Mario Somma, il canuto profeta in patria, è doppiamente motivato ed agguerrito, palesemente intenzionato a sfruttare il momento negativo del Livorno. Schiera un 4-2-3-1 studiato e preparato in ogni minimo dettaglio, la posta in palio glielo impone. Bortolo Mutti, nei pochi giorni che ha avuto a disposizione, ha provato a modellare la squadra a sua immagine e somiglianza, modificando un modulo consolidato ma sterile in uno più consono ma senza dubbio di difficile adozione.
Il primo tempo è un incubo che dura quarantotto minuti, il primi ventisei dei quali avrebbero destabilizzato anche una personalità come quella di Edgar Allan Pope. Schiattarella incontenibile, Oliveira prorompente, Corvia impetuoso. I nerazzurri di Somma paiono l’Internazionale del triplete, il Livorno un undici da torneo aziendale. L’approccio morbido degli amaranto esalta le indiscusse qualità tecnico-tattiche degli avversari rendendoli però extraterrestri che spadroneggiano in lungo e in largo seminando il panico soprattutto a centrocampo. Lì nel mezzo non c’è pressione, gli spazi si aprono come per incantesimo, le ripartenze sono un miraggio. Il doppio svantaggio è più che legittimato da un’evidente disparità di forze in campo. Forze emotive, viene da pensare. Per tutta la frazione le tenebre perdurano, non c’è né reazione né rivoluzione. Alcuni sprazzi di luce, pochi e non certo abbaglianti, si intravedono nell’ultima porzione con e dopo il gol di Daniele Vantaggiato.
La ripresa del Livorno non può essere definita migliore. Non peggiore sarebbe l’espressione più calzante. Si vede il cuore, per lo meno. Per il gioco, quello che fa parlare e scrivere di calcio, è ancora presto. Il 4-4-2 proposto da Mutti risulta un boccone pesante da metabolizzare. Visti i ristretti tempi di assimilazione a cui la squadra si è dovuta sottoporre e una classifica live che ci sprofonda in seconda pagina il mister inserisce un’altra punta di ruolo davanti a Pasquato. L’intuizione è lodevole, il cambio è efficace quanto meno per riaccendere le speranze degli sportivi. In ogni caso il baricentro avanza e qualcosa in più può essere apprezzato. La carta della disperazione è Bunino, l’ultimo quarto d’ora corre via inclemente accompagnato dal livore di tutti noi. Prima che il signor Juan Luca Sacchi della sezione di Macerata fischi la fine delle ostilità c’è giusto il tempo di raccogliere il terzo pallone in fondo alla rete, insaccato a tempo scaduto da un altro ex in cerca di riscatto.
Al Francioni la svolta non è arrivata, l’inversione di tendenza non c’è stata, il trend si è mantenuto negativo. Si è segnato, è vero, ma si è continuato a non raccogliere punti come dai tempi di Chiavari. L’ultima vittoria esterna sfugge a memoria d’uomo. Approccio inadeguato, ansia da prestazione, timore reverenziale nei confronti di qualsiasi avversario sono i segni evidenti di una situazione psicofisica approssimata, compromessa da una serie di fattori di difficile lettura. Difficile ma non impossibile. La cura c’è, va solo trovata. Basta non cercarla in un cambio di allenatore.
Autore: Emilio Guardavilla / Twitter: @amarantanews
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