La lezione di Pietro

21.03.2013 20:18 di Marco Ceccarini   Vedi letture
La lezione di Pietro

Livorno - Oggi un grande italiano ci ha lasciati. Mi riferisco a Pietro Paolo Mennea, recordman del mondo e ultimo bianco a correre più veloce dei neri, che col suo 19" e 72 stabilito nel 1979 a Città del Messico è stato primatista mondale dei 200 metri per 17 anni. Il record europeo è ancora suo e quindi dura da ben 34 anni. Oro olimpico a Mosca nel 1980, è tutt'oggi l'unico velocista ad aver partecipato a quattro finali olimpiche consecutive (nel 1988 a Seul, età 36, andò ai suoi quinti giochi ma fu eliminato nelle batterie).
Era nato in una famiglia povera del Sud, in un Sud che neanche forse c'è più, e la sua storia, la sua parabola, dimostra che con il sacrificio e la determinazione, con l'abnegazione e la testardaggine, si possono ottenere risultati inimmaginabili. Aveva un fisico qualunque, anzi sembrava goffo, sgraziato, ma si vedeva che non correva solo con le gambe ed i muscoli, ma anche con la testa e il carattere. Poi, una volta tagliato il traguardo, alzava gli occhi al cielo e li accompagnava con un dito, forse per dire che era arrivato primo, o forse semplicemente per ringraziare Dio di avergli dato tutta quella forza d'animo, quella volontà, che si trasformava in energia pura e in velocità supersonica.
Una volta smesso di correre, non aveva smesso di spostare i suoi limiti oltre le colonne d'Ercole dell'umanamente possibile. Un altro, al suo posto, avrebbe passato il resto della vita a frequentare salotti televisivi o ad elemosinare un incarico alla Fidal, la federazione di atletica. Lui invece no. Lui, che non aveva mai piegato la testa, che da atleta aveva denunciato gli intrighi e l'uso del doping, che nel 1978 aveva rischiato una squalifica che gli poteva far saltare le universiadi del Messico per non aver partecipato a un tour promozionale in Cina organizzato dall'allora onnipotente presidente Primo Nebiolo, lui ha continuato la sua sfida contro sé stesso. Si è dedicato allo studio. Ha preso quattro lauree (Legge, Scienze politiche, Lettere, Scienze motorie) ed è diventato avvocato, come la moglie. Ha provato a fare il dirigente sportivo, non solo nell'atletica ma anche nel calcio. Accettò il ruolo di direttore generale della Salernitana, ricordate? Poi cambiò ancora una volta e si mise a spostare i confini nel campo della politica e dell'università. Nel 1999 fu eletto al Parlamento europeo con il Centrosinistra. Ma tre anni dopo, ritenendo di dover rispondere alla sua coscienza piuttosto che alle logiche di partito, accettò di candidarsi a sindaco di Barletta, sua città natale, per il Centrodestra. Apriti cielo, spalancati terra. Carriera politica al capolinea, anche se provò ad essere rieletto a Strasburgo nel 2004 con Vittorio Sgarbi, ma inutilmente. Però, nel frattempo, aveva partecipato a un concorso per la cattedra di Attività agonistiche e Scienze motorie all'università de L'Aquila. Lo aveva vinto, naturalmente. Ma il posto non gli fu dato perché, spiegò l'allora premier Giuliano Amato, era incompatibile con la carica di europarlamentare che ancora stava svolgendo. Niente aspettativa, avrebbe dovuto dimettersi. Non lo fece. Dovette rinunciare alla cattedra. Qualche anno dopo, a parziale risarcimento, ebbe l'incarico di docente a contratto di Legislazione europea delle attività sportive all'università di Chieti. Nel 2006 ha dato vita, con la moglie, alla Fondazione Pietro Mennea, onlus di carattere filantropico, che effettua donazioni ed assistenza a favore di enti od associazioni medico-scientifiche, culturali e sportive, oltre a diffondere i valori dello sport e la lotta al doping.
Lo chiamavano la Freccia del Sud, o Freccia Bianca, ma nonostante quindici medaglie d'oro, tre d'argento e sei di bronzo, quasi tutte vinte sotto la guida tecnica ed i duri allenamenti di Carlo Vittori, assieme al quale si metteva spesso in contrasto con le direttive federali, non si è mai montato la testa. Dicono si presentasse così: "Pietro Paolo, ragazzo del Sud". E questo senso di appartenenza, questo orgoglio di essere figlio di un sarto e di una casalinga, lo ha accompagnato per tutta la vita, anche se era commendatore e grande ufficiale della Repubblica per meriti sportivi, anche se Usain Bolt deve ancora battere il suo record mondiale sui 150 metri (ci ha provato ma finora non c'è riuscito) che Pietruzzo stabilì in un meeting a Cassino nel 1983 fermando il cronometro a 14" e 80.
Mennea, con ogni probabilità, sarebbe stato un presidente del Coni eccellente. Ma quando era possibile che ciò accadesse, quando forse Mennea avrebbe accettato di mettere la sua intelligenza e la sua passione al servizio dell'Italia sportiva, non fu scelto. Evidentemente era troppo poco diplomatico, troppo poco ruffiano, diciamo pure troppo poco "affidabile", perché il potere scegliesse lui, irriverente figlio di Puglia. A lui, d'altronde, non interessava piacere a tutti. Per lui, così riservato da apparire schivo se non addirittura scontroso, era più importante affermare davanti a sé stesso, prima ancora che agli altri, che era un uomo libero.
Per far capire chi era Pietro Mennea, però, è emblematico il ricordo di quanto disse a Mohammed Alì, il boxer, quando questi volle conoscerlo e gli chiese come faceva lui, bianco, a correre più forte dei lampi di colore. Mennea lo guardò negli occhi, senza timore, e con malcelata sorpresa, quella sorpresa che nasce dal sapere che nessuno ti ha regalato niente, disse: "Guarda che dentro, io sono più nero di te!".
Mennea avrebbe compiuto 61 anni a giugno. Io non l'ho mai conosciuto, ma l'ho sempre ammirato. La sua lezione è quella del crederci sempre, del non mollare mai, del vedere dove arrivano i tuoi limiti. "Non importa essere perfetti, bisogna provarci fino fondo", disse una volta alla Rai. E qui ci sta tutto. In questa frase sta Pietro la Freccia del Sud. Questa è la sua lezione, il suo insegnamento di vita, oltre che di sport.
Chiudo citando a memoria l'incipit di un articolo che Michele Serra, immedesimandosi in lui, scrisse sull'Unità, estate 1984, dopo la finale dei 200 vinta da Carl Lewis ai giochi di Los Angeles. Mi sembra bello, doveroso. Forse il modo più adatto per inquadrare il suo carattere, la sua personalità, la sua energia, il suo essere operaio nonostante tutto, il suo saper soffrire. Quell'articolo iniziava più o meno così: "Pronti, attenti, via. Io, Pietro Paolo Mennea, italiano di Barletta, so già di aver perso questa gara, ma ho voluto questa sconfitta più di una vittoria, più di ogni vittoria, perché questa sconfitta è la mia vita, questa sconfitta è la mia vittoria". E dopo aver detto che il record delle quattro finali olimpiche nella velocità non glielo avrebbe forse mai tolto nessuno, dopo aver invitato Lewis, che pareva sentirsi eterno ed invincibile, a sbrigarsi se voleva battere il suo record sui 200 (infatti non c'è riuscito), concludeva con parole del genere: "Affrettati. In qualche parte del mondo c'è un ragazzino di 16 anni che si sta apprestando a farti vedere le suola".
Grazie, Pietro Mennea. Mi hai fatto capire, ci hai fatto capire perché lo hai dimostrato con i fatti, che la forza di volontà e il sacrificio sono la base essenziale per costruire, se non tutto, sicuramente molto nella vita. Per dare un senso ad essa. Perché è possibile cambiare la strada che altri hanno tracciato per te. Perché se si vuole, forse si può. E perché dopotutto, anche se può sembrare una banalità, mi hai fatto sentire orgoglioso di essere italiano.