L'altro Magnozzi

 di Marco Ceccarini  articolo letto 428 volte
L'altro Magnozzi

Livorno – Anche se il tempo lenisce le afflizioni dell'anima, e sbiadisce i ricordi, la figura di Mario Magnozzi, uno dei primi campioni del calcio italiano, è ancora nitida in molti amanti del pallone. Lo è a Livorno, dove nacque e dove un suo busto si erge accanto a quello di Armando Picchi nell'altrio dello stadio d'Ardenza, dove in suo onore c'è una strada nel quartiere di San Marco e dove l'impianto sportivo del rione Sorgenti porta il suo nome. Ma lo è anche nel resto d'Italia. Perché Magnozzi, oltre che centravanti della Nazionale italiana e medaglia di bronzo con gli Azzurri di Vittorio Pozzo alle Olimpiadi di Amsterdam, fu anche un goleador del Milan e un brillante allenatore che guidò, tra l'altro, lo stesso Milan e l'Aek Atene, oltre naturalmente al Livorno.

Molti conoscono Mario Magnozzi, detto il Motorino, per la sua instancabile energia. Lo conoscono come l'eroe di Villa Chayes e di un calcio che non c'è più. Di lui ricordano le gesta epiche ed i gol messi a segno a raffica, il suo segnale di “riscossa” dato alla squadra col semplice gesto di rimboccarsi le maniche, il fatto che era un leader naturale, dentro e fuori il campo.

Ma quasi nessuno, neppure a Livorno, sa che nel calcio c'è stato un altro Magnozzi. Che di Mario era cugino e che dunque era livornese anch'egli. Un Magnozzi che ha costruito il suo successo, calcisticamente parlando, al di là dell'Oceano, tanto che il suo nome figura nella Hall of fame degli Stati Uniti d'America.

Enzo Magnozzi nacque a Livorno il 20 giugno 1920, lo stesso giorno in cui il Livorno, trascinato dal talento e dai gol di Mario, fece tremare l'Internazionale a Bologna nella finale per il titolo italiano. E ciò è davvero curioso, straordinario, quasi un segno del destino.

Cosa deve aver significato, nella testa del piccolo Enzo, il fatto che quel suo cugino fosse un giocatore amato e stimato, un campione riverito e ricercato, solo lui deve averlo saputo. Ma a noi piace immaginare che quello deve essere stato lo stimolo che lo ha fatto innamorare del pallone.

Erano anni, quelli, in cui il calcio si affermava in Italia come fenomeno di massa con risvolti sociali ed economici. Il calcio dimostrava di saper coniugare l'attività agonistica e la passione sportiva, la capacità di rappresentare una città con i più disparati interessi economici e con il potere in senso lato. Ammaliava le folle. E poiché esaltava l'identità di una comunità, o di una nazione, il fascismo ne sfruttò le caratteristiche per creare consenso politico.

Enzo nacque in un periodo in cui l'Italia, uscita vittoriosa dal primo conflitto mondiale, era in realtà un Paese povero, dissanguato proprio dallo sforzo bellico, dove l'emigrazione veniva favorita anche come valvola di sfogo sociale. E dove, appunto, lo sport e il calcio si affermavano a passi svelti.

Il Livorno dettava la propria legge sul terreno di Villa Chayes e sui campi di mezza Italia, mentre Enzo cresceva e come tutti i bambini giocava al calcio per le strade della sua città, sognando di far parte un giorno dei Boys, i ragazzi dell'Unione Sportiva.

Ma un giorno quel sogno si infranse. Le Triglie amaranto scomparvero dall'orizzonte ed Enzo venne messo a confronto con la dura realtà, con il viaggio verso le Americhe, con il porto di Nuova York, come si diceva allora, che accolse la sua famiglia, come tante altre, con la visione della statua della libertà, segno di una nuova vita che si apriva nella quale, però, nulla era scontato.

Tutto finì, dunque, per Enzo. Finirono le partite a pallone per le strade salmastrose di Livorno e finì il sogno di ripercorrere le tappe del cugino famoso. Finì, semplicemente. Ma per ricominciare, dopo poco, dall'altra parte del mondo.

A New York, nel quartiere di Greenwich Village, il padre di Enzo, Spartaco Magnozzi, antifascista, che era cugino di primo grado del Motorino, aprì un ristorante. E lì, in quelle strade così diverse da quelle livornesi, ritrovò la medesima passione e riprese a giocare a calcio, questa volta con i figli di altri emigranti, italiani e non solo.

Evidenziatosi nelle squadre giovanili di Greenwich, dove passò tutta o quasi l'adolescenza, Enzo nel 1934 lasciò la suburbia d'adozione per firmare un contratto, il suo primo contatto, con la Portuguese Fc, squadra con cui giocò nella Lega calcistica di Brooklyn, dove i più erano di origine italiana, spagnola e portoghese e dalla quale prese il via la sua brillante carriera.

Enzo coronò il sogno di vivere giocando a pallone anche a migliaia di chilometri dall'Italia. Il calcio nordamericano, certo, non era ai livelli di quello italiano o tedesco o argentino o brasiliano e tantomeno inglese, ma in quegli anni Trenta i vari campionati che si giocavano negli Stati Uniti, specie attorno a New York, erano tutt'altro che scarsi.

Enzo Magnozzi giocò per una ventina d'anni a un livello che potrebbe essere definito semiprofessionistico. Fino al 1951 ebbe modo di disputare le maggiori leghe americane, vincendo ad esempio nel 1938, a soli 18 anni, il campionato della Lega metropolitana di New York con i Flatbush Wanderers, cosa che gli permise di essere ingaggiato dallo Swiss Fc, il forte club di matrice svizzera dal quale passò prima al Newark Fc e quindi agli Hoboken, i temibili tedesco-ungheresi della Lega tedesco-americana. Dopodiché, a suggello di una carriera di tutto rispetto, fino al 1959 disputò tornei con i Paterson Caledonians, con i New York Brookhattan e con i New York Hakoah, finché nel 1960 fondò il Club Inter Soccer, in onore dell'Inter, dove svolse il ruolo di allenatore e giocatore e che nel 1963 si fuse con la Giuliana, la più antica e prestigiosa squadra della comunità italiana di New York, assumendo la denominazione di Inter Giuliana, che negli anni Sessanta, prima del grande crack del calcio nordamericano, fu una delle poche squadre statunitensi ad avere un minimo di credibilità internazionale.

Nel 1963, archiviata definitivamente l'esperienza del calcio giocato, il Magnozzi d'America prese ad occuparsi dell'Inter Giuliana come allenatore e dirigente ma anche a propagandare il calcio negli Stati Uniti proprio nel periodo in cui, con la decadenza delle leghe collegate alle comunità di immigrati, il calcio nordamericano imboccava il tunnel della crisi. Nonostante la vittoria del titolo di allenatore dell'anno nel 1964 con l'Inter Giuliana, nella nuova Lega nordamericana, decise di dedicarsi alle attività di organizzatore di tornei e di promotore del calcio.

Erano, quelli, anni nerissimi per il soccer nordamericano. La crisi, apertasi con gli anni Cinquanta, era divenuta irreversibile sul finire degli anni Sessanta, con l'inevitabile conseguenza che i primi anni Settanta furono terribili. Enzo Magnozzi era tra coloro che sognavano la rifondazione delle leghe calcistiche, la loro unione e la rinascita della Federazione nazionale. Andava controcorrente e si impegnava nell'organizzazione di tornei. Sognava la ripresa del calcio statunitense, che in meno di vent'anni si era annientato, ed era uno dei pochi, anzi dei pochissimi, a lavorare in questo senso. La maggioranza degli ex addetti ai lavori, ormai, si disinteressava dell'agonia del pallone in America.

Enzo Magnozzi chiamava le grandi squadre europee e sudamericane a giocare negli Stati Uniti e in Canada e alla fine ebbe il merito di non far spengere del tutto la fiammella del calcio nel Nord America. Tra i campioni che Enzo portò a giocare a quelle latitudini, Edson Arantes do Nascimento detto Pelè, Sandro Mazzola ed anche Armando Picchi.

La svolta, per il calcio americano, si ebbe quando il sistema imprenditoriale si accorse che anche il soccer poteva diventare un business, se si sapeva richiamare gente e sponsor. In breve nacquero nuove squadre e nel 1974 venne rifondata la Federazione. Arrivò Pelè e arrivò Giorgio Chinaglia. La squadra dei Cosmos divenne famosa in tutto il mondo. La Nazionale a stelle strisce prese la bellezza di dieci gol da quella italiana in una surreale amichevole giocata all'Olimpico di Roma, nell'aprile 1975, in un periodo in cui gli Azzurri erano tra l'altro in crisi, dopo la brutta figura ai Mondiali di Germania. Ma il calcio, nel Nord America, rinasceva come fenomeno commerciale, non sportivo, e la strada da percorrere era tutta in salita.

Anche se non stava diventando e non sarebbe diventato quello che avrebbe voluto Magnozzi, il calcio statunitense era salvo. Questo era quello che contava. E il merito era anche suo. E di pochi altri. Era infatti grazie a gente come lui che il movimento calcistico non si era annientato. Così nel 1977, quando era ancora in vita, la Federazione calcistica degli Stati Uniti, che poi è diventata forte e strutturata, lo ha inserito nella Hall of fame, la galleria della fama, come promotore e benefattore del calcio. Enzo Magnozzi, che fu anche presidente della Lega tedesco-americana dal 1981 al 1983, è scomparso a New York il 7 dicembre 1987. Ma il nome del livornese d'America rimarrà per sempre nella storia del calcio d'oltre Oceano. E questo è il suo vero, grande successo, di cui anche la sua città natale deve essere orgoliosa.