Livorno - Nell'estate 1995 il presidente della Repubblica italiana era Oscar Lugi Scalfaro, quello statunitense Bill Clinton, la Nazionale di calcio era guidata da Arrigo Sacchi, in Italia c'era ancora la lira, la piattaforma internet Yahoo era stata creata da pochi mesi ed entro breve sarebbe nato E-bay. Tutto questo mentre Romano Prodi e Walter Veltroni stavano per lanciare l'Ulivo, Silvio Berlusconi era alleato di Gianfranco Fini e negli Stati Uniti un trattato di pace avrebbe da lì a poco messo fine alla prima fase della guerra in Jugoslavia.
Proprio in quei caldi mesi, con gli 883 che vincevano il Festivalbar, l'allenatore dilettante Cesare Albé da Cassano d'Adda, lo stesso paese di Valentino Mazzola, arrivò alla Giana Erminio, squadra di Gorgonzola, appena retrocessa nel campionato di Promozione lombarda. Il Livorno, quell'anno, era giunto quarto e poi eliminato nei playoff di C2 dal Casteldisangro di Osvaldo Jaconi, futuro eroe dell'Ardenza.
Le differenze tra oggi ed allora sono molte, moltissime, e saltano agli occhi senza difficoltà anche solo leggendo queste righe. Di acqua sotto i ponti, per dirla in modo scontato, ne è passata fin troppa. Il Livorno, ad esempio, ha fatto in tempo ad arrivare in Serie A, starci svariati anni, fare la Coppa Uefa e ritornare in Serie C, da dove era partito. Eppure per Albé è come se il tempo si fosse fermato. Lui è ancora lì. Senza un esonero, guida la Giana da ventidue anni. Ed è diventato un emblema di fedeltà in un'epoca in cui, nel calcio come nella vita, tutto viene macinato ed archiviato in un nanosecondo.
Quella di Gorgonzola è una piccola realtà che nel tempo è cresciuta e si è modificata. Ma l'arrivo in Lega Pro, o Serie C che dir si voglia, non ha cambiato i valori di fondo. Albé ha guidato questa incredibile storia. E proprio questo crescere in modo naturale, senza il dovere di vincere ad ogni costo, ha reso evidentemente possibile l'impossibile, perché ventidue anni sulla stessa panchina sono tanti anche a Gorgonzola.
Albé, 67 anni, ex impiegato, oggi anche pensionato, è il Ferguson italiano. La sua vicenda ricorda quella dello scozzese Alex Ferguson che, dopo aver guidato la Nazionale di Scozia, ha allenato il Manchester United per ventisette anni, dal 1986 al 2013.
Di recente, in un'intervista al Giorno, quotidiano di Milano, Albé ha detto che vorrebbe essere esonerato per stare di più con la moglie ed i nipoti. E che, a questo punto, non gli interessa più niente, calcisticamente parlando. Vorrebbe smettere, ma non sa come fare.
C'è da credere ad Albé, ci mancherebbe. Ma una storia così bella, così umana, non può concludersi con la sola tuta attaccata al chiodo. Come minimo, va fatta conoscere fuori dai confini della Lombardia, tanto è bella, unica e fa bene al calcio e allo sport in generale. I livornesi, che sono sportivi, sapranno apprezzarla.
Uno come Albé, che domani all'Ardenza sfida il Livorno con la sua Giana, merita di avere un addio al calcio degno di questo nome, al momento giusto. Sportivamente, ed eticamente, meriterebbe anche una chiamata da una squadra di categoria superiore. Oppure, magari, un altro miracolo con la Giana Erminio. Per lui sarebbe un vero e proprio Oscar alla carriera. E sarebbe il giusto epilogo di una storia che profuma di altri tempi.
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