Trent'anni fa la grande beffa, scudetto scucito dalle maglie della Libertas

27.05.2019 20:46 di Marco Ceccarini   Vedi letture
Trent'anni fa la grande beffa, scudetto scucito dalle maglie della Libertas

Livorno – Come oggi, esattamente trent'anni fa, il 27 maggio 1989, la Libertas Livorno cuciva sulla propria maglia, per pochi minuti, lo scudetto del basket italiano 1988-89. Le immagini della festa, nel fortino di via Allende, scorsero in diretta televisiva su Rai Due assieme alla scritta, indimenticabile, Livorno campione d'Italia, poi sostituita, mentre il gelo calava sul Pala Macchia, da Milano campione d'Italia.

Quelle immagini sono ancora oggi negli occhi di chi, al Palasport o davanti alla tivù, quel pomeriggio seguì la partita, gara cinque dell'interminabile finale tra Olimpia Philips Milano e Libertas Enichem Livorno, che la formazione livornese, con la quinta partita in casa perché aveva preceduto gli avversari in classifica nella stagione regolare, aveva recuperato andando a vincere a Milano il quarto confronto dopo aver inaspettatamente perso tra le mura amiche il terzo.

E' il 27 maggio, sabato. Mancano sei secondi alla fine quando la scarpetta rossa Premier, imbeccato da D'Antoni, azzarda una tripla ma la palla rimbalza sull'anello e inizia la parabola discendente. Il libertassino Alexis, però, non le fa neanche toccare terra. Blocca quella palla con decisione e vede Fantozzi con gli occhi puntati verso il canestro avversario. Mancano tre solo tecondi. Alexis, fulmineo, cede la palla al capitano. Nello stesso istante Forti scatta velocissimo sotto canestro. Fantozzi, quasi ad occhi chiusi, lancia verso il glaciale Forti che, secondo uno schema evidentemente provato, acchiappa la sfera e la mette dentro con mano sicura. Il cronometro raggiunge lo zero e la sirena suona. Sul tabellone appare il risultato finale: 87 a 86 per la Libertas Enichem. La squadra gialloblu di Livorno, per la prima volta nella sua storia, è campione d'Italia.

Sono attimi di tensione, gioiosi ma anche drammatici. Parte l'inno della squadra, parte We are the champions, iniziano i festeggiamenti. In tivù scorre la famosa scritta, mentre sul parquet, in quel quarto d'ora, succede di tutto. I giocatori di Milano cercano di guadagnare lo spogliatoio ma qualcuno rimane bloccato dalla gente nel frattempo scesa in campo e viene sbeffeggiato. Premier, colpito alla nuca, reagisce randellando cazzotti a destra e sinistra. I Carabinieri faticano non poco per riportare la calma.

La vittoria è bella, straordinaria, non solo perché ottenuta in extremis, non solo perché arrivata dopo aver ribaltato l'esito dei confronti nelle ultime due gare, ma anche e soprattutto perché conquistata contro una squadra di autentici campioni. Milano annovera, tra le sue fila, gente come il leggendario Meneghin, il gigantesco Mc Adoo e l'inesauribile King, oltre ai giovani Pittis e Pessina, oltre ai citati D'Antoni e Premier. In panchina ha Casalini, tecnico emergente. Dunque non è facile avere ragione di Milano. Occorrono non solo capacità tecniche ed atletiche, non soltanto tattiche d'avanguardia, ma anche concentrazione e determinazione. La Libertas può contare sul capitano e play Fantozzi, livornese purosangue, sui citati Forti ed Alexis, quest'ultimo giunto a metà campionato a sostituire l'insostituibile Binion, sugli instancabili Carera, Tonut, Woods e sul giovane De Raffaele, anche lui livornese. Ma soprattutto, la Libertas, ha un grande coach, Bucci, vera e propria guida del gruppo, che viene portato in trionfo in quei convulsi momenti.

Eppure nella bolgia, senza che nessuno o quasi se ne accorga, l'arbitro Zeppilli di Roseto, che ha diretto la gara assieme a Grotti di Siena, annulla il canestro di Forti, scucendo lo scudetto dalla casacca della Libertas per appuntarlo, di fatto, su quella dell'Olimpia. Inutile dire che, una volta comunicata la decisione alle squadre e al pubblico, sul Palasport si abbatte lo sconforto totale. La beffa si consuma in un attimo. Ed a nulla varranno i ricorsi e soprattutto i discorsi. Livorno rimane al palo. La gioia si trasforma in pianto. Si tratta di una delusione paragonabile, sul piano sportivo e non solo, a quella partita dai calciatori del Livorno quando, all'ultima giornata del campionato 1942-43, pur battendo il Milan, si videro beffati da un'incredibile quanto discussa vittoria del Grande Torino a Bari, con lo scudetto che prese la strada del Piemonte.

Sono passati trent'anni, da quella sera, ma i ricordi sono ancora vivi e nitidi. Carera, Fantozzi, Forti, Tonut, interpellati nel corso degli anni, hanno più volte detto che quel canestro, assai probabilmente, era valido, quindi da convalidare, con la conseguenza che il tricolore doveva essere di Livorno. L'arbitro Zeppilli, che poi ha mutato il cognome in Zeppillo, ha invece ribadito che, secondo lui, era da annullare. Il valore di quella grande squadra, in ogni caso, è stato sempre riconosciuto, sempre, anche dai suoi avversari, uomini e campioni del calibro di D'Antoni, Meneghin, Mc Adoo e via dicendo.

Al di là del fatto che la palla abbia o meno lasciato le mani di Forti nel momento in cui il cronometro raggiunse lo zero assoluto, in ogni caso, un'altra beffa colpì quella Libertas. L'americano King dell'Olimpia Philips, difatti, venne tenuto in campo fino al sesto fallo. Al quinto, è noto, si deve lasciare il campo. Ma gli arbitri non se ne accoresero. Come minimo quella gara doveva essere ripetuta. E poi, a rincarare la dose, la terza beffa. Il regolamento del basket, infatti, in quel campionato non teneva conto degli ultimi nove decimi, che saranno introdotti solo l'anno successivo. Insomma, con il nuovo regolamento, che fu rivisto ed adeguato proprio dopo quella finale, lo scudetto sarebbe andato alla Libertas, dato che, secondo Zeppilli, il canestro non fu valido per soli tre decimi di secondo.

Ma la storia di quella partita, a tre decenni di distanza, è e sarà sempre molto di più della storia di una beffa o di un cronometro falsato. Essa, con il suo convulso finale e con il suo rovente dopo partita, fu un ciclone di emozioni e di scompensi. E fu anche, senza saperlo, la fine di un ciclo leggendario, quello delle scarpette rosse dell'Olimpia Milano, nonché l'inizio della fine, in un certo senso, della Libertas Livorno. Da lì a pochi anni, prima con la dolorosa sinergia con la Pallacanestro Livorno avvenuta nel giugno 1991 e poi con la cancellazione della squadra sinergica, che sul piano formale era la Libertas, dal campionato di Serie A nell'agosto 1994, la squadra gialloblu e il grande basket a Livorno, che aveva visto protagonista anche la Pallacanestro, prese difatti a zoppicare e poi a sgretolarsi fino a scomparire, cadendo in un oblio scoraggiante. Ed è, questo, un oblio, un tunnel che tuttora dura e del quale, purtroppo, ancora non si riesce ad intravedere la fine.